Agbeyomé Kodjo

In molti hanno già dimenticato la vicenda elettorale del febbraio scorso quando il piccolo paese dell’Africa occidentale è andato al voto per le presidenziali. Sette milioni di abitanti, 56mila chilometri quadrati con vista mare sul Golfo di Guinea, il Togo è in mano da oltre cinquant’anni a un élite che fa capo alla famiglia Gnassingbé. Un gruppo che tiene in ostaggio un intera popolazione, capace di organizzarsi per dare finalmente una sferzata al paese attraverso un processo democratico.

In queste ultime settimane la protesta è aumentata per le strade del paese. Amplificata innanzitutto dagli arresti di due attivisti che in modo pacifico stavano organizzando una manifestazione per chiedere il rispetto della volontà popolare espressa nelle urne. Ma anche dal grido profetico del vescovo emerito di Lomé, Philippe Fanoko Kpodzro, autorità morale del paese e artefice di un cartello elettorale che ha coagulato diverse forze dell’opposizione e dei movimenti della società civile attorno alla figura di Agbeyomé Kodjo. Che abbiamo raggiunto al telefono.

Per noi di Nigrizia è lei il presidente eletto…

Ne sono cosciente, è solo questione di tempo e presto entrerò in funzione. Se in un paese vicino (il Ghana, ndr) hanno proclamato pochi giorni fa un vincitore e il giorno dopo dicono che non è lui, anche da noi ci ripenseranno e daranno il vero risultato.

Come ha vissuto tutto questo tempo elettorale?

La Dynamique Monseigneur Kpodzro (DMK), il cartello di movimenti e partiti riuniti insieme per le elezioni sotto l’autorità morale del vescovo emerito di Lomé, Monsignor Kpodzro, mi ha fatto onore selezionandomi come candidato di questa coalizione. Abbiamo fatto una bellissima campagna con tantissima gente. Il vescovo, nonostante la sua età, ha percorso tutto il paese con noi.

La gente ha trovato in noi persone che possono rompere con il passato e aprire un nuovo governo nel paese. La popolazione voleva qualcosa di nuovo e il suo entusiasmo si è tradotto nel voto del 22 febbraio dove abbiamo largamente vinto. Noi eravamo fieri di rendere felici le persone e finalmente portare l’alternanza nel paese. La sera abbiamo avuto dai seggi i primi risultati che ci davano tra il 59 e il 61%.

Attorno alle 20 la mia casa è stata accerchiata e così è toccato anche al vescovo. Siccome ci sono i media internazionali nel paese, le autorità avevano paura che la gente si dirigesse presso i nostri domicili per celebrare l’alternanza che stava arrivando. Siamo stati sorpresi di essere accerchiati dalle forze dell’ordine. E’ là che i problemi sono cominciati. Una competizione elettorale non deve essere un momento in cui colui che sa che sta perdendo, e siccome è ancora al potere, utilizza le armi per far tacere l’avversario che sta vincendo. E’ triste.

Ho ricevuto minacce di morte e il vescovo è stato obbligato a venire a vivere con me durante 70 giorni per preservare la mia vita, dicendo: “Se volete ucciderlo dovete passare sul mio corpo”. Il potere ha fatto allora un primo passo attraverso un ministro, che è ancora al governo, il quale mi si è avvicinato dicendo: “Sappiamo che sei tu che hai vinto ma riconosciamo la vittoria del presidente uscente Faure Gnassingbé e con te ci mettiamo d’accordo finanziariamente”.

Il vescovo era là e sempre ha detto che il suo destino è quello di Simeone che quando hanno portato Gesù al tempio ha detto: “Signore i miei occhi hanno visto la tua salvezza e ora lascia partire il tuo servo”. Il vescovo vuole vedere l’alternativa nel paese prima di morire. Si è speso perché io potessi vincere e alle sue spalle io vado a fare delle negoziazioni e prendere dei soldi per avere un posto più basso di quello che il popolo mi ha dato? Sarebbe un tradimento non solo criminale ma anche mortale.

Così ho rifiutato. Siccome sono deputato all’Assemblea Nazionale mi hanno tolto l’immunità e mi hanno detto di presentarmi alla gendarmeria per spiegare perché durante la campagna ho ricevuto una bandiera togolese durante una messa d’investitura con il vescovo. Hanno detto che questo era un crimine come quello di rivendicare la proclamazione a presidente cantando l’inno nazionale.

Tutti questi erano elementi per farci tacere; ci hanno detto che eravamo in libertà condizionata e insinuato di non reclamare mai più quella vittoria. Io ho continuato a reclamarla altrimenti cosa dirà la gente che ha votato per me? Che ho rinunciato e ho preso dei soldi? Mi hanno convocato in giustizia e mi hanno detto: “Non ritorni più!”. Allora sono entrato in clandestinità e ho ricevuto un mandato di arresto internazionale. Questo mi ha portato ad uscire dal paese.

Riassumendo, non c’è alcun dubbio presso le cancellerie e presso la popolazione che le elezioni del 22 febbraio sono state vinte dal candidato della DMK. Gli americani hanno chiesto alla Commissione elettorale di presentare i risultati di ogni seggio ma questa non è stata capace. Un diplomatico americano in seno al governo americano è uscito con un tweet dicendo che il vero vincitore è Kodjo, candidato della DMK, con il 67% e ci ha inviato le sue congratulazioni.

Quando hanno fatto uscire i falsi risultati, la Conferenza episcopale, tenendo conto della collera della gente nel paese, è uscita con un comunicato in cui chiedeva al governo di “ristabilire la verità delle urne”. Non hanno potuto farlo! Il G5, l’insieme degli ambasciatori dei paesi occidentali (Francia, Germania, Usa, Ue, Onu) hanno chiesto i verbali per verificare la vittoria pretesa. Non l’hanno fatto e tutto si decide per la forza e per la corruzione della gente. Appena i risultati sono usciti, diversi partiti politici hanno riconosciuto la nostra vittoria e poi sono cominciate le manovre.

In sintesi ciò che mi permette di restare in piedi e di continuare questa lotta è la fede nella visione profetica sul Togo che l’alternativa avrà luogo nel 2020. La seconda cosa è che tutto il popolo attende il cambiamento perché non ne può più di questo governo che gli impedisce di vivere felice. Per farci tacere hanno arrestato Brigitte Adjamagbo-Johnson, grande difensore dei diritti umani. Bisogna farla tacere e così sequestrano i suoi documenti dicendo che aveva in mente un piano di destabilizzazione.

L’obiettivo ultimo del potere è quello di far tacere definitivamente la Dynamique. Ma la DMK è un processo di Dio ed è difficile estinguerla. E’ fondamentale che la comunità internazionale si svegli, ponga le giuste domande e ci dia il potere. Il regime attuale ha pubblicato i risultati senza i verbali ufficiali a 24 ore dalla chiusura delle urne, cosa mai vista nel paese. Quindi questo governo è illegittimo, illegale.

E’ chiaro presidente che lei non solo ha la speranza ma è sicuro di entrare in funzione dopo la vittoria elettorale. Ma in che modo?

Abbiamo molti sostegni all’estero e il popolo è determinato a far rispettare la scelta delle urne. I vescovi hanno detto esplicitamente che bisogna “ristabilire la verità delle urne” ma siccome non è successo, avrebbero dovuto insistere e invece si sono fermati e forse hanno avuto paura della dittatura. Penso che il nostro cammino è lo stesso di Dio, quello che è successo il 22 febbraio è di Dio e presto con il suo aiuto entreremo in funzione.

Qual è il vostro programma per il paese? Quali sono le vostre priorità?

Il Togo è un paese distrutto e ciò che vogliamo fare appena entrati in funzione è di mettere in piedi un governo di transizione che organizzerà delle sedute nazionali dalle quali usciranno un certo numero di personalità di ogni estrazione professionale per ascoltare tutte le fasce della popolazione, e così mettere in piedi un Assemblea Costituente per rifondare la Repubblica, definire le regole del gioco e avere un nuovo contratto sociale a livello istituzionale.

Si tratta di definire in che società vogliamo vivere domani riprendendo in mano e migliorando la costituzione del 1992. A livello della Ceni (Commissione elettorale nazionale indipendente) dovremo lavorare per rendere il lavoro trasparente coinvolgendo tutti gli attori politici.

L’Assemblea costituente deve dare un quadro generale dal quale ci daremo delle leggi ordinarie, organiche e fondamentali per organizzare la vita economica, politica e sociale, il sistema giudiziario, l’educazione, la sanità, la lotta alla corruzione, il ruolo dell’esercito in modo tale che una forza politica non domini sulle altri. Oggi c’è una voglia di dare un taglio netto al sistema che ci sovrasta. E noi abbiamo il dovere di portare questa trasformazione.

I problemi li conosciamo ma lavorando tutti insieme troveremo delle soluzioni concertate tra tutti che saranno sottoposte a referendum popolare. Il fattore etnico non sarà un problema per noi e le urne hanno dimostrato che abbiamo preso la maggioranza dei voti in tutte le regioni e in tutte le etnie. Oggi abbiamo un avversario comune e siamo uniti per dare una svolta alla nazione.

A livello della vita corrente sappiamo bene che le scuole e gli ospedali sono al collasso. Dobbiamo semplificare il sistema amministrativo e migliorare il potere d’acquisto della popolazione rivedendo i salari attraverso un azione di revisione del budget dello Stato. Ci sono risorse come oro, diamanti, petrolio che saranno integrati nel bilancio nazionale per rendere felice il popolo togolese e portare la gente a prendere in mano il proprio destino e a creare una propria attività.

Mi rendo conto che è un programma ambizioso ma non dubito che con i miei collaboratori competenti e con altri che verranno attorno a me possiamo trasformare insieme il paese. In questo processo di transizione prevediamo con l’assemblea Costituente di rifondare i pilastri istituzionali del paese in modo tale che non vengano più infrante le regole del gioco come avviene oggi. Noi sogniamo di restaurare le istituzioni con persone che prendono davvero in mano le redini del paese.

Tra i presidenti africani del passato o del presente c’è qualcuno che, per lei, è un vero testimone e modello da seguire?

Innanzitutto Nelson Mandela: pensiamo a ciò che ha fatto per l’Africa e per il mondo. Ha perdonato, nonostante tanti anni di prigione. Sarò un presidente che avrà la preoccupazione di perdonare. Perché il perdono ci libera. Ci mette a livello verticale in relazione diretta con Dio e a livello orizzontale in relazione con il nostro prossimo. E’ un modello perché non si è aggrappato al potere: ha fatto un mandato e ha lasciato. Un altro modello è Jerry Rawlings: se oggi i nostri vicini del Ghana sono un paese che avanza bene sono il frutto dell’ex presidente e del suo operato.

Penso a Partice Lumumba e alla sua visione del paese. A quella di Sylvain Olympio, in Togo. Tutte queste persone, in circostanze diverse, hanno segnato il mio percorso e troverò il modo per gestire questa eredità e per offrire a tutti i togolesi una visione molto chiara dell’avvenire che permette all’Africa di ritrovarsi e di dare un contributo all’umanità. Pensiamo di essere capaci di farlo ed è per questo che m’impegno sotto l’autorità di Monsignor Philippe Kpodzro.

Noi speriamo che lei prenda presto in mano la guida del paese. Come immagina il suo primo discorso alla nazione?

Lo scoprirete quando lo farò. Posso solo anticipare che comincerò dal perdono perché sono successe tante cose. E i togolesi hanno bisogno di perdonarsi. Poi dal lavoro ben fatto, perché vogliamo incarnare il buon governo. Quindi dobbiamo dare spazio ai talenti e ai meriti. Penso che, una volta che tutti questi elementi saranno stati messi insieme, dando una visione chiara di ciò che vogliamo apportare al paese, in meno di un anno avremo tutti gli indizi per un cambiamento del paese.

Sono convinto che il Togo non ha ancora detto la sua ultima parola. Noi mettiamo insieme i nostri talenti e vedrete che il Togo sarà un polo attrattivo per gli investimenti, per il turismo e a livello di grandi idee che possono cambiare il continente e che possono permettere all’Africa di mostrare il suo valore e avere voce in capitolo. Sono ottimista e convinto che sono solo un elemento nelle mani di Dio per portare una trasformazione per il paese, per asciugare le lacrime dei togolesi che hanno vissuto per lunghi anni una dittatura implacabile che si trasforma in monarchia e che non vuole cambiare.

Ad ogni elezione si falsificano le cifre per far vincere chi è in carica. Ma c’è un limite a tutto e il 2020 è il limite di questa avventura e di questa impostura. I togolesi sono un popolo ingegnoso che vuole rimettersi in piedi. Termino con un appello a tutti i cittadini e cittadine: la manifestazione della rivoluzione delle urne realizzata il 22 febbraio scorso resta una pietra miliare.

Confidate che Dio porterà a termine quello che ha cominciato con le elezioni. Non ci ha dimenticati e questo alimenta il nostro impegno e ci dà la forza per andare avanti. Non possiamo tradire questo grande fervore del popolo. Che Dio ci mantenga in piedi! E che presto possiamo ritrovarci per l’investitura.

Ascolta l’audio dell’intervista (in francese):