Sud Sudan. Un’altra fragile tregua
Dopo il cessate il fuoco del 23 gennaio, arriva l’accordo di Addis Abeba del 9 maggio tra Kiir e Machar. Reggerà? La fine delle ostilità è difficile da portare nei campi di battaglia e le decine di migliaia di sfollati stentano a tornare nelle loro case. L’accordo prevede un governo di transizione di unità nazionale (come il precedente per la verità) e le lezioni posticipate al 2018.

Venerdì 9 maggio, dopo una giornata di consultazioni nella sede negoziale Igad di Addis Abeba, il presidente sudsudanese Salva Kiir e l’ex vicepresidente Riek Machar, i due leader degli opposti schieramenti, sembra abbiano trovato l’accordo su come risolvere la crisi che ha portato il Sud Sudan sull’orlo del collasso.

Il documento è stato firmato sotto la forte pressione della comunità internazionale, che nelle scorse settimane aveva cominciato ad attuare provvedimenti sanzionatori nei confronti di alcuni dei responsabili degli episodi più sanguinosi del conflitto e minacciato di toccare gli interessi degli stessi Kiir e Machar. Il testo prevede, tra l’altro:

– di attuare immediatamente il cessate il fuoco, già concordato il 23 gennaio scorso e di fatto mai entrato in vigore;

– di collaborare con l’Onu per portare aiuto alla popolazione civile, aprendo corridoi umanitari;

– di formare un governo di transizione di unità nazionale;

– di includere nei negoziati di pace tutti gli attori sudsudanesi interessati (e dunque non le sole parti in conflitto).

L’accordo avrebbe dovuto essere negoziato dai due leader in un confronto diretto. Pare, invece, che il documento sia stato discusso separatamente dai mediatori con i due interessati, così come separatamente sarebbero state apposte le firme.  Le difficoltà nell’incontro tra Kiir e Machar sono ben illustrate da una foto in cui i due si danno la mano per interposta persona. Tra di loro ci sono il vescovo cattolico di Juba, Paolino Lukudu, e Daniel Deng Bul, della chiesa episcopale.

Le chiese sudsudanesi, d’altra parte, ben rappresentano il costante lavoro di supporto di molti settori della società locale a una soluzione politica del conflitto, che, però, a quanto pare, ha ancora radici solide e profonde. La distanza tra le due parti è stata sottolineata sia in un comunicato del portavoce delle forze di opposizione sia dal presidente stesso, nel discorso tenuto al suo ritorno, all’aeroporto di Juba, in cui, oltre a prendersi il merito della disponibilità all’accordo, ha anche preannunciato che le elezioni, previste per il 2015, si terranno invece nel 2018.

 Anche la cessazione delle ostilità avrebbe dovuto entrare in vigore immediatamente, ma l’ordine sembra non aver ancora raggiunto i campi di battaglia, tanto che numerose sono state le accuse reciproche di violazione della tregua. Particolarmente rilevanti sarebbero stati gli scontri nello stato di Unità, in cui l’esercito governativo avrebbe attaccato le forze di Machar a Rubkona, nei pressi della base della missione di pace che ospita circa 22.000 sfollati. Sarà poi interessante vedere come reagiranno all’ordine le forze irregolari, come la White Army Nuer e le milizie denka del Bahr El Gazal, protagoniste di molte delle battaglie e responsabili di molti dei massacri che hanno caratterizzato questo conflitto.

 La firma dell’accordo sembra dunque essere solo il primo, fragile passo di un percorso per la risoluzione della crisi che si presenta ancora lungo e tormentato. E non potrà essere solo un percorso politico. Dovrà prima di tutto ricostruire la fiducia della popolazione, fortemente minata dalle connotazioni etniche e dalla spietatezza con cui questo conflitto è stato combattuto. La cartina di tornasole per la tenuta dell’accordo e l’avvio della risoluzione della crisi sarà il ritorno a casa delle decine di migliaia di rifugiati nelle basi Onu della missione di pace, Unmiss, dove si trovano, in territorio controllato dal governo, una gran maggioranza di persone di etnia nuer. Finora, nonostante le assicurazioni e le pressioni, nessuno di loro si è fidato a lasciare quella protezione.

 C’è poi la questione della responsabilità: chi e come pagherà per i massacri di migliaia di civili, per le drammatiche violazioni dei diritti umani documentati ormai da numerosi e autorevoli rapporti (l’ultimo pubblicato l’8 maggio da Amnesty International ), per la distruzione di villaggi e città nei tre stati settentrionali di Unità, Jonglei e Nilo Superiore? È una domanda che i cittadini sudsudanesi si pongono e dalla risposta alla quale dipende la possibilità di ricostruire il patto interetnico e sociale che è alla base dell’esistenza stessa del paese.