Alaa Salah, la donna divenuta l'icona della rivoluzione popolare sudanese (Credit: thisisafrica.me)

In Sudan la legislazione è stata finora basata sulla legge islamica, la shari’a, introdotta nel 1983, nell’ultimo periodo del regime militare di Jafar Nimeiry, su pressione di Hassan al Turabi, allora ministro della Giustizia e leader dell’ala sudanese dei Fratelli Musulmani.

L’imposizione della shari’a, per di più interpretata in modo rigoroso, ad una popolazione eterogenea, in cui i musulmani erano solo il 70%, – e solo una parte disposta a seguirne i dettami senza discussione -, aveva finito per provocare malcontento in diversi gruppi sociali, come le donne, gli intellettuali e gli studenti che avevano una visione laica dello stato, e per riaccendere la guerra civile con il Sud, in maggioranza cristiano.

Turabi, con la sua ideologia dell’Islam politico propagandata dalla fratellanza musulmana, fu l’ispiratore anche del colpo di stato del 1989 che portò al potere il presidente Omar El-Bashir e gli uomini del National islamic front (Nif), – più tardi rinominato National congress party (Npc) – facendo del Sudan il primo stato islamico sunnita al mondo (l’altro, sciita, è l’Iran degli ayatollah, al potere dal 1979).

Turabi, una delle figure più influenti nella storia recente del Sudan, è morto nel 2016. Gli uomini che ha contribuito a portare al potere, e che lo hanno gestito per 30 anni, sono in questi giorni a processo a Khartoum dopo il crollo del regime provocato da una rivoluzione popolare l’11 aprile dello scorso anno. Il presidente deposto e diversi personaggi di grande rilievo politico del passato governo sono accusati di aver infranto diversi articoli della costituzione in quanto ideatori e beneficiari di un colpo di stato, pratica ovviamente illegale, e rischiano la pena di morte.

La questione della shari’a come base della legislazione è sempre stata al centro di tensioni e di gravi violazioni dei diritti umani nel paese. Molti gli episodi che hanno visto, ad esempio, vittime le donne, soggette ad uno stretto codice di comportamento che poteva essere sanzionato pubblicamente da uno speciale corpo di polizia, la Public order police.

Numerose, nel corso degli anni, le donne fustigate per strada perché il loro abbigliamento non era ritenuto conforme ai dettami della shari’a. Numerosissime le venditrici di cibo di strada arrestate perché accusate di preparare anche bevande alcoliche tradizionali, proibite dalla legge. Negli ultimi anni del regime, gli episodi si erano fatti più gravi, frequenti ed arbitrari. Erano anche state tollerate pratiche quali i matrimoni precoci e le mutilazioni genitali femminili. 

La legislazione islamica è stata uno dei punti più caldi nei negoziati che hanno portato alla pace tra il nord e il sud del paese, nel 2005, e poi all’indipendenza del Sud Sudan, nel 2011. E’ stato un punto discusso anche durante i negoziati, in corso a Juba, tra l’attuale governo e i movimenti di opposizione armata attivi nel Sud Kordofan / Monti Nuba, nello stato del Nilo Azzurro e in Darfur.

La riforma della legislazione vigente è dunque un punto cruciale nel processo di trasformazione democratica del paese ed è stata portata avanti con determinazione dal ministro della Giustizia in carica, Nasreddin Abdelbari, con un passato da attivista per il rispetto dei diritti umani. 

Lo scorso 11 luglio il presidente del Consiglio sovrano, generale Abdelfattah El Burhan, ha firmato la legge di riforma del sistema legislativo e giudiziario, l’Atto sui diritti e le libertà fondamentali, l’Atto contro i crimini cibernetici e diversi emendamenti al codice penale. Si tratta di provvedimenti che abrogano le norme basate sulla legge islamica più controverse e introducono nuove norme che aboliscono le più gravi forme di discriminazioni e difendono i cittadini contro la violazione dei diritti umani di base. A parlarne a Nigrizia, in condizione di anonimato, è anche una fonte nella capitale.

Con le disposizioni introdotte nei giorni scorsi è stata abolita, ad esempio, la pena di morte per un musulmano che si converte ad un’altra religione. Si ricorderà, a questo proposito il caso di Meriam Ibrahim, condannata a morte perché non aveva voluto seguire la religione del padre, musulmano, e aveva preferito l’insegnamento della madre, cristiano copta. Meriam era stata poi scarcerata grazie all’intercessione della comunità internazionale, ma mai assolta.

Si conferma la criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili e si aboliscono le norme che degradano la donna, come quelle che la sottopongono al potere del marito, o del padre, o di un uomo della famiglia. Per i non musulmani, attualmente circa il 3% della popolazione sudanese, è anche stata abolita la proibizione di procurarsi e consumare bevande alcoliche. 

La riforma della legislazione e del codice penale è prevista dalla Carta costituzionale del 2019, in vigore durante questo periodo di transizione. E’ invece avversata strenuamente dagli islamisti e dai sostenitori del vecchio regime. Una dimostrazione organizzata lo scorso venerdí alla fine della preghiera ha peró avuto poco seguito, a testimonianza che la gran maggioranza dei sudanesi guardano avanti, ad una società inclusiva basata su norme derivate dai diritti di cittadinanza, piuttosto che dal credo religioso.