Manifestazione del movimento 5G a Bamako

Finora non hanno portato risultati le mediazioni tentate dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao) per trovare uno sbocco negoziato alla crisi politica in Mali. Crisi innescata dalle elezioni per il rinnovo del parlamento dell’aprile scorso, voto manipolato secondo molti esponenti dell’opposizione politica e della società civile. L’ultima proposta della Cedeao è che si dimettano i 33 deputati le cui modalità di elezione sono messe in dubbio e che si dia corso a un governo di unità nazionale. Il movimento M5, che è espressione di numerose realtà della società civile, chiede invece che prima di tutto si dimetta il presidente Boubacar Keïta, dopodiché si potrà pensare a nuovi equilibri politici. M5 ha già annunciato un nuovo ciclo di manifestazioni di piazza a partire dal 4 agosto.

Nigrizia ha chiesto all’analista politico maliano Ousmane Issoufi Aboubakar, che vive e lavora a Bamako, un giudizio sulle ragioni strutturali di questa crisi e sulle possibili vie d’uscita

Da mesi la tensione sta salendo ed è sfociata anche in scontri di piazza. Quali sono le radici di questa crisi? E quali le rivendicazioni dei movimenti di opposizione?

La situazione è critica e non da oggi. Il Mali vive nel caos dal 2012, anno del colpo di stato militare che ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré. È un paese vasto quattro volte l’Italia e non certo facile da gestire. Lo stato ha grandi difficoltà ad essere presente dappertutto. La crisi è partita da nord, un’area dimenticata da chi ha governato il paese dall’indipendenza del 1960 (dalla Francia), con il progressivo rientro dalla Libia degli indipendentisti tuareg dopo la caduta del regime di Gheddafi (2011). A questi si sono aggiunti anche gruppi jihadisti.

A causa della pessima gestione politica di questi problemi, i gruppi armati (ribelli tuareg e jihadisti) si sono alleati e hanno guadagnato progressivamente terreno arrivando a minacciare la capitale Bamako. L’intervento francese ha evitato la presa della capitale, ma il paese era e rimane instabile. Basti dire che alle elezioni presidenziali del 2018, che hanno visto la riconferma di Ibrahim Boubacar Keïta alla presidenza, la Minusma (missione Onu di stabilizzazione, presente nel paese dall’aprile 2013) ha schierato 7mila caschi blu per garantire la sicurezza del voto. Poi certo c’è il capitolo delle politiche dell’aprile scorso, che avrebbero dovuto chiarire il quadro e invece l’hanno intorbidito.

È perciò importante capire che la crisi ha origini lontane e non è legata al processo elettorale recente, che semmai è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I maliani pensavano che attraverso le ultime elezioni si sarebbe potuto mettere in piedi un parlamento rappresentativo, capace di dare risposte al paese. Ma è intervenuta una sentenza della Corte costituzionale che ha stravolto la scelte delle urne. Si tratta di una crisi di fondo del sistema e i maliani si sono sollevati per dire che non ne possono più e che va trovata una soluzione politica e una risposta seria alle difficoltà.

È davvero una situazione esplosiva. La gente è al limite, l’economia traballa, l’insicurezza aumenta, il governo è allo sbando. Non si può immaginare una situazione peggiore! Per questo i maliani di ogni tendenza politica e di ogni credo religioso hanno deciso di sollevarsi per esigere il cambiamento nella politica e nella gestione della sicurezza nazionale. Non possiamo più vedere i nostri militari e i nostri figli morire a centinaia dopo ogni scontro armato con i jihadisti. Non possiamo più restare nell’incertezza. Neanche raccontare alla gente che la situazione migliorerà in futuro visto che nei fatti peggiora continuamente dal 2013. Quindi le tensioni di oggi non sono che il frutto di un lungo periodo d’insoddisfazione, di esasperazione e di non risposte alle preoccupazioni profonde dei maliani.

Dopo gli interventi della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao), e di alcuni capi di stato di paesi dell’area siamo ancora lontani da una soluzione. Quali sono i passi da compiere?

Per l’insieme dei maliani che oggi portano avanti le rivendicazioni politiche il problema deve essere risolto dai maliani stessi e non da chi viene da fuori. Non sono gli attori esterni che devono portarci una soluzione magica ai nostri problemi. Secondo me la Cedeao non ha compreso che il cuore dei problemi è l’incapacità del governo di far fronte all’insicurezza che attraversa paese. La crisi elettorale viene dopo. Molti maliani pensano, ed io con loro, che la Cedeao sia un raggruppamento di capi di stato che stanno facendo tutto il possibile per mantenere al potere uno di loro, Ibrahim Boubacar Keïta. Quindi non sta cercando una vera soluzione perché non sta dalla parte del popolo maliano ma da quella delle attuali autorità maliane.

Il movimento-faro che davvero raccoglie il grido del popolo maliano è il movimento M5 giugno – Rfp (Raggruppamento delle forze patriottiche). Questo movimento ha elaborato una piattaforma di proposte e rivendicazioni. In prima linea c’è la richiesta pura e semplice di dimissioni del presidente Keïta. È al potere dal 2013 e non abbiamo visto dei cambiamenti. Anzi, la situazione è peggiorata con la perdita di controllo di interi territori e l’acuirsi di una gestione clanica e familista del potere. C’è un élite che approfitta della crisi per continuare a governare e a difendere i suoi interessi particolari.

Il movimento M5 è guidato dall’imam Mahmoud Dicko. Persegue davvero l’interesse del paese o ha altri obiettivi?

Poteva essere anche un prete o un altro cittadino. Quello che conta è la sua persona: come tanti è cresciuto nella povertà e conosce il Mali profondo. Ha molto rispetto per il popolo ed è molto ascoltato perché non punta ad acquisire privilegi. Attraverso il movimento, mette sul tavolo le rivendicazioni della gente comune e questo gli dà credibilità. Non è importante che sia un musulmano o un imam ma il ruolo di leader che sta rivestendo. La popolazione è con lui e con gli altri leader dell’opposizione, e continuerà a battersi finché non vedrà dei passi concreti verso soluzioni stabili. Il movimento hanno proposto un memorandum di uscita dalla crisi in nove punti: tra i principali le dimissioni del presidente, il no netto a un governo di unità nazionale, la dissoluzione dell’attuale parlamento, l’implementazione di un organo legislativo di transizione per realizzare riforme politiche, istituzionali, amministrative ed elettorali, il rinnovo integrale dei membri della Corte costituzionale. Solo così si può garantire un processo trasparente per andare a nuove elezioni e perseguire l’uscita dalla crisi.