Da Nigrizia di maggio 2012: non c’è pace tra i due Sudan
Khartoum e Juba alimentano la guerra negli stati del Nilo Azzurro e nel Sud Kordofan, e non sbloccano la questione petrolio. Al nord, un cambio del regime (che ha un consenso traballante) potrebbe essere la chiave per riaprire davvero il dialogo.

Ci sarà mai un accordo sulle questioni lasciate irrisolte dall’Accordo globale di pace del 2005? Si ritornerà alla guerra aperta? Il petrolio riprenderà a scorrere da sud verso nord? Domande che molti si pongono, ma a cui è difficile rispondere.

 

Intanto, il conflitto tra i due stati s’intensifica lungo i confini. Il 2 aprile ci sono stati scontri tra i due eserciti nazionali nella zona petrolifera di Heglig, che un arbitrato internazionale ha assegnato a Khartoum ma che Juba considera sua. Il giorno 10 le forze sudiste hanno occupato la città di Heglig. L’11 Khartoum ha bombardato Bentiu, capitale dello stato dell’Unità; due giorni dopo, anche alcuni campi profughi gestiti dall’Onu in territorio sud-sudanese. Il 16, il parlamento sudanese ha definito il Sud Sudan «paese nemico». Mentre la crisi economica imperversa (specie in Sudan), i colloqui tra i due governi ad Addis Abeba (Etiopia) vanno avanti a singhiozzo; al momento sono interrotti.

 

Molti non sudanesi considerano i colloqui di Addis Abeba veri negoziati: si portano le due parti in lotta a un tavolo e le si forza a raggiungere un compromesso. Questo approccio funziona se ambedue le parti cercano una soluzione, o almeno ne avvertono il bisogno. Ma non è questo il caso dei due Sudan: mentre, ad esempio, Juba vuole una chiara demarcazione dei confini e un amichevole accordo sullo status dei 700mila sud-sudanesi ancora in Sudan, Khartoum è del parere opposto.

 

Il presidente sud-sudanese Salva Kiir sa che il regime sudanese del Partito del congresso nazionale (Pcn) ha bisogno di un Sud Sudan instabile, in preda a scontri etnici e ristrettezze economiche. Sa anche che l’unico modo che il Pcn ha di non apparire ridicolo agli occhi dei suoi sostenitori è che l’indipendenza del Sud Sudan sia vista come un disastro imposto da “colonialisti e sionisti”. Questo ritornello ripetuto dagli alti funzionari del partito spiega il fiume di velenose malignità che scorre sui giornali e nei media di stato o vicini al Pcn. Lo scopo? Convincere il mondo che i sud-sudanesi non sanno governarsi da soli.

 

Molti sudanesi ritengono che il Pcn abbia tradito la nazione rinunciando a un terzo del paese. Nel contempo, l’umiliazione subita dal Pcn li ha convinti che il regime non è forte e astuto come sono stati indotti a pensare per troppo tempo. Giungono a dire che l’indipendenza del Sud Sudan è stata una svolta paragonabile a quella del 1989 per l’Europa dell’est, o addirittura il segnale per una nuova intifada popolare. La società civile sudanese è riuscita a rovesciare un regime militare sia nel 1964 che nel 1985, e questa memoria è indelebile.

 

Orizzonte grigio

Ecco spiegata, almeno in parte, la guerra in corso nel Nilo Azzurro e nel Sud Kordofan. Ambedue gli stati sono in Sudan, ma poiché confinano con il Sud Sudan, il conflitto è visto come uno scontro tra Khartoum e Juba. In un certo senso lo è. La maggioranza degli odierni combattenti sui Monti Nuba aveva militato nelle file del Movimento/ Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla/m) e oggi forma il grosso dell’Splm/a-Nord, sostenuto politicamente e militarmente da Juba (aiuto importante, ma non determinante per il prosieguo della lotta). Nonostante le sofferenze inflitte ai civili – soprattutto per mezzo dei bombardamenti aerei ordinati da Khartoum – la popolazione vede l’Splm/a-Nord come suo difensore contro la fame predatoria del regime islamista.

 

Il Pcn non ha concesso al Sud Kordofan e al Nilo Azzurro la consultazione popolare sull’autodeterminazione promessa. Poi ha imposto al Sud Kordofan un governatore di sua scelta, il gen. Ahmed Mohamed Haroun, che è ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità in Darfur e che i nuba associano alle campagne di pulizia etnica condotte nelle loro terre negli anni 1990. Colui che fu ritenuto il vero vincitore delle elezioni per il governatorato dello stato (maggio 2011), l’ex comandante dell’Spla, Abdel Aziz Adam Al-Hilu, è oggi a capo della rivolta armata nelle due aree.

 

Ma l’Splm/a-Nord non si limita a far guerra a Khartoum. Si è anche alleato con tre movimenti ribelli del Darfur, formando il Fronte rivoluzionario del Sudan (Frs). Uno di questi tre gruppi, il Movimento giustizia e uguaglianza, era nato da un’ala dell’ex Fronte islamico nazionale vicina a Hassan El-Turabi, ma oggi sconfessa ogni sua passata connessione con il regime islamista e chiede una costituzione “laica”. Dopo aver combattuto contro il genocidio, oggi i ribelli darfuriani mirano al rovesciamento del governo centrale. Sta qui la novità del Sudan di oggi: la gente parla apertamente di un regime odioso e prossimo alla fine. L’Frs è impegnato in colloqui con esponenti di vari partiti e gruppi politici sudanesi, alla ricerca di un consenso comune che possa andar bene anche a chi, pur non sostenendo lo scontro armato, vuole che il regime se ne vada. Tutti sanno che una dittatura forte di servizi di sicurezza tra i più spietati al mondo non è certo disposta ad abbandonare il potere spontaneamente.

 

Un regime braccato è sempre pericoloso. Ogni previsione sul futuro è un terno al lotto. Il Pcn è puntualmente ricorso alla guerra per imporre la sua politica e perpetuarsi al potere: prima, subito dopo il colpo di stato del 1989 contro il primo ministro Sadiq El-Mahdi, in Sud Sudan e sui Monti Nuba; poi anche in Darfur; oggi di nuovo sui Monti Nuba. In Sud Sudan sostiene milizie armate contro il governo di Juba. Le mine antiuomo sottratte dall’Frs all’esercito regolare in Kordofan, proibite dal Trattato sulla messa al bando delle mine (Ottawa, 1997), firmato da Khartoum, sono prodotte in Iran.

 

La rimozione del regime del Pcn è un obiettivo su cui i sudanesi del nord e del sud potrebbero accordarsi. Juba non lo dice apertamente per ragioni diplomatiche, ma sa che non godrà mai di stabilità finché a Khartoum comanda il Pcn. L’assolutismo del regime islamista rende impossibile ogni compromesso, a differenza di un eventuale altro governo, con cui, sebbene in tempi lunghi, il dialogo potrebbe instaurarsi.

 

«Chi è al potere a Khartoum pensa che ciò che sta facendo è degno della ricompensa di Dio», ha detto un attivista sudanese (musulmano, non nuba) durante una manifestazione tenuta a Londra ai primi di aprile per chiedere il libero accesso degli aiuti umanitari sui Monti Nuba e per protestare contro l’inoperosità dell’Occidente. Nel frattempo, i sudanesi chiedono con insistenza libertà e democrazia. Ma sanno che non le avranno dall’attuale governo. Il quale, benché agli sgoccioli, non se ne andrà in maniera tranquilla. Il domani sarà ancora più burrascoso dell’oggi.

 


 



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