Marocco / Sahara Occidentale
I giudici marocchini hanno confermato le pene durissime, inflitte da una corte militare quattro anni fa, ai leaders saharawi della protesta di Gdeim Izik. Una sentenza con la quale Rabat vorrebbe chiudere definitivamente la stagione della rivolta popolare e nonviolenta nei territori occupati.

La Corte d’Appello di Rabat ha concluso ieri, 19 luglio, il processo nei confronti di 24 imputati sahrawi accusati di omicidio di membri delle forze dell’ordine. Il tribunale ha pronunciato pene severissime: 7 ergastoli, 3 condanne a 30 anni; 7 a 25 anni; e 3 condanne a 20 anni; 4 imputati sono stati rimessi in libertà per aver scontato la pena durante la carcerazione preventiva. Per un imputato, in libertà provvisoria per motivi di salute, il processo è stato rinviato al 22 settembre prossimo.

I condannati sono tra i protagonisti della prima rivolta della stagione delle cosiddette “primavere arabe”, quella iniziata tra ottobre e novembre 2010 a Gdeim Izik, a una decina di chilometri da El Aiun, la capitale occupata del Sahara Occidentale. Il “campo della dignità” aveva riunito pacificamente per un mese 20.000 sahrawi sotto occupazione marocchina, prima che l’intervento dell’esercito lo radesse al suolo l’8 novembre 2010. Karama, “dignità” diventerà poi l’emblema e la prima delle rivendicazioni delle rivolte popolari diffuse nel mondo arabo. 

Accusati di omicidio di membri delle forze dell’ordine, gli imputati sono stati condannati una prima volta a pene pesantissime nel febbraio 2013 dal Tribunale militare di Rabat in base a “confessioni” estorte sotto tortura, senza poter presentare testimoni a propria discolpa. La Cassazione ha poi ordinato nel luglio dello scorso anno la ripetizione del processo davanti alla giurisdizione civile, con eguali esiti. 

Dai rapporti di osservatori internazionali indipendenti presenti nelle diverse fasi, risulta che i due ordini di processi si sono svolti in un pesante clima di intimidazione nei confronti degli imputati, del pubblico e di chi tentava di manifestare all’esterno. Le “prove” hanno mostrato una totale inconsistenza, i diritti della difesa sono stati ostacolati con artifici procedurali e per vie di fatto (allontanamento degli avvocati).

Le dichiarazioni degli imputati circa le torture subite non sono state considerate, benché il Comitato dell’Onu contro la tortura abbia riconosciuto che uno degli imputati, Naama Asfari, fosse stato torturato. Il processo che ha portato alle condanne si è svolto nell’incertezza procedurale, come riportato dall’avv. Nicolò Bussolati che ha assistito alle ultime fasi come osservatore. Non si comprende, fra l’altro, se il rifacimento del processo davanti alla giustizia civile potrà avvalersi o meno di un ricorso in appello. 

Con il processo di Gdeim Izik il Marocco vorrebbe chiudere definitivamente la stagione della rivolta popolare e nonviolenta nei territori occupati, privandola di alcuni suoi leader. La continua protesta viene ora sottoposta non solo alla consueta repressione delle sue manifestazioni pubbliche ma anche sanzionata con continue condanne, come quelle contro 18 studenti sahrawi all’inizio di luglio (per 5 di loro pene fino a 10 anni), e intimidita con il licenziamento dei dipendenti pubblici che partecipano alle manifestazioni.

In foto: proteste di donne saharawi all’esterno del tribunale. 

 

Leggi la testimanianza di quanto avvenne
a Gdeim Izik
, raccontato da Gilberto Mastromatteo.

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