Il presidente eritreo Isaias Afwerki (a destra) accolto dal primo ministro etiopico Abiy Ahmed al suo arrivo ad Addis Abeba, nel luglio 2018

Mentre il mondo intero se ne sta prudentemente fermo per contrastare la diffusione della pandemia Covid-19, lo scorso 3 maggio, a sorpresa, il presidente eritreo Isaias Afeworki ha deciso di recarsi in Etiopia per una visita ufficiale di due giorni.

Era accompagnato da un discreto gruppo di persone, tra cui il ministro degli esteri, Osman Saleh, e Yemane Gebreab, il sempre incombente consigliere presidenziale e garante del partito unico al potere, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Pfdj).

E’ stato ricevuto all’aeroporto internazionale di Addis Abeba dal primo ministro etiopico Abiy Ahmed. I due erano senza mascherina e non hanno tenuto conto delle norme di distanziamento sociale raccomandate per evitare il contagio da coronavirus. Eppure, ufficialmente, uno degli scopi della visita era proprio discutere del contrasto alla pandemia.

L’altro era la lotta all’invasione delle locuste, che in queste settimane si sta diffondendo dalla regione somala dell’Etiopia agli altri paesi della regione. Argomenti di discussione tecnici, per cui non sarebbe stato necessario davvero che i capi di stato si incontrassero di persona in questo periodo.

Sul contrasto alla pandemia poi, il governo eritreo sembra aver già deciso la propria strategia: bastare a se stessi, come in tutti gli altri settori e le altre situazioni critiche da quando è al potere, cioè dal giorno dell’indipendenza.

L’Eritrea, infatti, è l’unico paese africano ad aver rifiutato il materiale sanitario offerto dal magnate cinese Jack Ma, fondatore e presidente del consiglio di amministrazione di Alibaba, l’equivalente asiatico di Amazon. Inoltre, il governo di Asmara sembra aver trovato la ricetta per impedire al virus di contagiare la sua gente. Da settimane i positivi in Eritrea sono solo 39 mentre nei paesi confinanti i casi sono in continuo aumento, con una notevole accelerazione negli ultimi giorni.

O forse ha deciso di non preoccuparsi di cercare i contagiati e/o di comunicare i numeri reali alla comunità internazionale, come d’altra parte ha fatto nei periodi di carestia, quando quello che succede nel paese trapela attraverso i racconti drammatici di amici fidati. E, dunque, non è credibile neppure che il presidente eritreo si sia mosso per discutere dell’invasione delle locuste che per ora lambisce appena il paese.

Probabilmente, invece, la chiave di lettura dell’incontro tra i due capi di stato sta in questioni di gestione dei confini e nelle difficoltà interne etiopiche per provvedimenti che hanno suscitato perplessità e rivitalizzato l’opposizione. La più forte e determinata è quella del Fronte popolare del Tigrai (Tplf), considerato un nemico giurato dal Pfdj dai giorni della guerra tra Etiopia ed Eritrea scoppiata nel 1998 e conclusa solo nel 2018 per l’intervento personale di Abiy Ahmed, appena eletto primo ministro, senza l’appoggio proprio del Tplf.

I provvedimenti ispirati dal primo ministro e più criticati, sono certamente la dissoluzione dell’Eprdf (Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiopico) coalizione al potere ad Addis Abeba dal momento della sua formazione, in occasione delle elezioni del 2005.

Lo scorso dicembre dalle ceneri dell’Eprdf è nato il Partito della prosperità, cui hanno aderito tre delle formazioni della coalizione (il partito oromo, quello amara e quello dei popoli del sud) e altre formazioni minori, ma non il Tplf che rappresenta una fetta molto minoritaria della popolazione ma governa con una solida maggioranza la regione del Tigray che confina con l’Eritrea, anzi con la sua parte più popolosa.

L’altra decisione del governo è recente: lo spostamento sine die delle elezioni generali, previste per il prossimo agosto, a causa della pandemia. L’opposizione ritiene che il grave provvedimento sia stato preso senza la necessaria ampia discussione, in violazione della costituzione vigente, e che serva in realtà a prolungare e consolidare il potere del Partito del progresso, ora in carica.  Il Tplf ha fatto sapere che nel Tigray, invece, le elezioni si svolgeranno regolarmente. Come testimonia da Addis Abeba Laura Diaz, missionaria comboniana, raggiunta da Nigrizia:

Per Asmara, tra le altre questioni aperte con il vicino, è di grande importanza fermare il flusso dei profughi che ancora adesso a centinaia ogni mese cercano rifugio in Etiopia passando il confine del Tigray. Molti sono minorenni che scappano prima di essere rastrellati per frequentare l’ultima classe della scuola superiore all’accademia militare di Sawa, dove ricevono principalmente training militare e da cui passano al servizio nazionale, di cui non c’è una fine certa.

Addis Abeba ha recentemente, e in sordina, cambiato la sua politica di accoglienza, negando spesso il diritto d’asilo agli eritrei, cui invece veniva concesso praticamente d’ufficio. Questo ha lasciato senza protezione soprattutto i minorenni, come sottolineano le organizzazioni umanitarie eritree ed internazionali.

Ha anche minacciato di chiudere uno dei campi profughi più affollati, sollevando molte alzate di scudi tra chi sostiene il diritto all’asilo degli eritrei, dal momento che le violazioni dei diritti umani nel loro paese non sono affatto diminuite dal 2018, dopo la firma della pace. Il governo del Tigray, invece, è molto più disponibile nei confronti dei fuggitivi eritrei e viene accusato di favorirne il flusso.

Di fatto si è venuta a creare una situazione in cui Asmara ed Addis Abeba hanno un comune “nemico”, il Tplf, e un comune interesse a cercare un modo per neutralizzarlo.

Lo confermerebbe una voce che circola insistente in questi giorni. Subito dopo il rientro ad Asmara del presidente Isaias Afwerki, sarebbe partito alla volta di Addis Abeba il generale Philipos Woldeyohannes, capo di stato maggiore dell’esercito e facente funzione di ministro della difesa.

La notizia è stata fatta circolare prima dai siti dell’opposizione etiopica e poi anche da alcuni siti ufficiali. Nessuna conferma, invece, da parte del governo eritreo. Questo ha naturalmente sollevato una ridda di illazioni, la più preoccupante delle quali ipotizza che Philipos starebbe discutendo di misure severe contro il Tplf.

Per questo molti analisti pensano che le ragioni vere dell’incontro tra i due capi di stato sia questo complesso di nodi, al centro dei quali si trova il Tplf.