Rd Congo / Kasai

Le forze di sicurezza della Repubblica democratica del Congo, la milizia Kamwina Nsapu e altre forze non identificate hanno ucciso almeno 3,383 persone nelle quattro Circoscrizioni ecclesiastiche del Grande Kasai dallo scorso ottobre. La vastità dei massacri è descritta in un dossier, diffuso ieri dalla chiesa cattolica congolese.

La Nunziatura Apostolica, citando proprie fonti nel remoto territorio centro-meridionale al confine con l’Angola, racconta la distruzione di 10 villaggi da parte dell’esercito, compiuta nel tentativo di fermare l’insurrezione. Il rapporto accusa anche le milizie di Kamuina Nsapu di aver ucciso centinaia di persone, distruggendo 4 villaggi e attaccando proprietà della chiesa. 6 villaggi sarebbero statai devastati da gruppi armati non identificati e 30 le fosse comuni rinvenute.

Le comunità cattoliche di Kananga, Mbuji-Mayi, Luiza e Luebo (e marginalmente quelle di Mweka e Kolwezi) sono state travolte dalla furia delle violenze: il rapporto parla dei due vescovi di Luiza e Luebo costretti all’esilio: monsignor Félicien Mwanama Galumbulula e monsignor Pierre-Célestin Tshitoko Mamba, il cui episcopio è stato distrutto. Le parrocchie chiuse o danneggiate sono 60, le case religiose chiuse o danneggiate sono 34, le strutture sanitarie cattoliche colpite sono 31 e le scuole cattoliche chiuse o danneggiate 141. I seminari costretti alla chiusura sono 5, dei quali 2 sono seminari maggiori.

La relazione della chiesa locale avrà un peso considerevole, perché circa il 40 per cento della popolazione si identifica nella religione cattolica, ed anche perché la Conferenza episcopale ha avuto un ruolo di primo piano come mediatore della crisi politica tutt’ora in atto.

I combattimenti sono aumentati nella provincia centrale di Kasai, diffondendosi poi in quattro regioni limitrofe, da quando lo scorso agosto l’esercito ha ucciso un capo tradizionale (Kamwina Nsapu) che chiedeva al governo centrale di lasciare la regione nelle mani dei leaders locali. Circa 1milione e 300mila persone sono fuggite dalle violenze.

I massacri – documentati anche dal ritrovamento di 42 fosse comuni – hanno accentuato le tensioni politiche dovute la decisione del presidente Joseph Kabila di rimanere al potere oltre la fine del suo secondo ed ultimo mandato, a dicembre 2016. La regione di Kasai è, infatti, storicamente, la roccaforte dell’opposizione.

Il Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani dovrebbe decidere questa settimana se autorizzare un’inchiesta sui massacri, chiesta dall’Alto commissario per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein. Ma il governo congolese ha annunciato lunedì la sua ferma opposizione ad un’indagine internazionale, dicendo che violerebbe la sua sovranità. (Fides / Reuters)