Serpeggia paura nelle strade della capitale N’Djamena. Non tanto per i carri armati che lunedì sera sono usciti dalle caserme e hanno vigilato sui movimenti dei contestatori all’annuncio dei risultati provvisori delle elezioni presidenziali (con un secco 79% al presidente Idriss Deby per un sesto mandato) ma soprattutto per lo scenario che si presenta all’orizzonte dopo l’uccisione del presidente per mano dei ribelli del Fact (Fronte per l’alternanza e per la concordia in Ciad), martedì scorso.

Ora le strade sembrano due: una discesa sulla capitale e una presa del potere da parte dei ribelli ben armati e sostenuti, secondo fonti locali, da Turchia e Qatar, oppure il proseguo di una transizione militare da parte del Consiglio ad hoc messo in piedi con una sospetta tempestività da parte di militari dell’establisment zagahwa (l’etnia al potere), sempre rapidi e avvezzi con le armi ma non certo con le urne e con tavoli di faticoso dialogo e concertazione con le forze vive del paese.

La prima ipotesi si fonda sulla strategia turca e dell’alleato Qatar di penetrazione nel cuore dell’Africa per controllarne risorse e traffico di migranti, come il “dittatore” Erdogan – così chiamato da un Draghi suddito di finanza e accordi con sedicenti guardie costiere libiche criminali – sta facendo con disinvoltura in una Libia che tiene comunque in scacco, nonostante un processo di unificazione e transizione verso le elezioni del prossimo 24 dicembre.

Controllare il Ciad vorrebbe dire per Ankara scalzare dal Sahel il vero avversario di ogni contesa internazionale: una Francia sempre più in ritirata sullo scacchiere africano dopo i ripetuti attacchi jihadisti contro il suo contingente Barkhane, un sentimento popolare sempre più intransigente verso Parigi e la perdita di storiche sfere di influenza su territori contesi e oggetto di costanti conflitti interni, come Camerun e Centrafrica.

Proprio quest’ultimo paese è nelle mire della Turchia per mettere le mani su petrolio, diamanti e oro di una terra oggi oggetto di disputa tra Russia e Francia attraverso l’utilizzo di diverse fazioni armate che, seminando il caos nelle aree di interesse, rendono più fragile il governo del paese e quindi più semplice il controllo esterno di terre e minerali.

In questo modo si riprodurrebbe in terra centrafricana, attraverso il “corridoio” Ciad, lo scenario libico, con una lunga guerra per procura dove la ricchissima terra di petrolio e gas è stata a lungo saccheggiata da turchi e russi, attraverso le pedine libiche al-Serraj e Haftar, funzionali a interessi stranieri più grandi.

Con l’incomodo Macron a lungo tagliato fuori a Tripoli dai veri giochi strategici di ripartizione della Libia e in grande difficoltà in Ciad, dopo aver mollato il suo alleato Idriss Deby, reo di calpestare i diritti umani e di aver militarizzato la campagna elettorale escludendo i principali avversari (tra tutti ha destato molto scalpore l’incursione armata nel marzo scorso delle guardie presidenziali presso la dimora del candidato alla presidenza, nonché parente dello stesso Deby, Yaya Dillo, con la morte di alcuni familiari) e in Centrafrica, dove l’ex presidente e ingombrante alleato Francois Bozize si è messo alla testa di una coalizione di gruppi armati che hanno cercato di destabilizzare il paese attorno alla fatidica data del 27 dicembre scorso, in cui si svolgevano le elezioni presidenziali e legislative. Sì, proprio le elezioni: elemento chiave dei processi di cambiamento degli equilibri africani.

La seconda ipotesi è invece il proseguo della soluzione di transizione condotta dai militari, peraltro già in atto. Operazione nata in salita per l’evidente rifiuto della popolazione – che non ne vuole più sapere di essere ostaggio dei militari -, della società civile e dei partiti d’opposizione che chiedono a squarciagola un tavolo di dialogo inclusivo nazionale per riscrivere insieme le regole del gioco democratico e innescare un percorso di riconciliazione nazionale.

«Una nuova partenza» la chiama Succes Massra, leader del partito d’opposizione Les Transformatuer vero osso duro per il regime dinastico al potere che l’ha escluso dalle elezioni dell’11 aprile scorso per ragioni anagrafiche. «Union sacrée», sull’onda dell’accozzaglia governativa messa recentemente in piedi dal presidente della Repubblica democratica del Congo Felix Thsisekedi, invoca lo storico oppositore Saleh Kebzabo che invece aveva deciso di boicottare la partita elettorale per evidente mancanza delle condizioni di base per un voto libero e trasparente.

Invece i militari hanno stracciato la Costituzione, sospeso governo e parlamento, riservandosi 18 mesi per preparare le prossime elezioni. Chi conosce gli zagahwa e le loro dinamiche interne, fatte di divisioni e acerrime rivalità, sa bene che la strategia in atto è quella di prendersi del tempo per continuare a regnare indisturbati sulla manna petrolifera. Del resto, un detto nel paese di Toumai (così denominato dal ritrovo nella regione nord del Tibesti dei resti dell’antenato risalente a 7 milioni di anni fa) confermato dalla storia, è che “il passaggio di potere si fa con i kalashnikov”.

Magari facendo qualche piccola concezione alla popolazione per una parvenza di vetrina democratica, come la riapertura delle frontiere aree e terrestri, avvenuta poche ore fa. L’Unione Europea ha subito alzato la voce dicendo che un anno e mezzo è un intervallo troppo lungo per la transizione, mentre Usa e Regno Unito si preoccupano dei propri cittadini programmandone una tempestiva evacuazione.

Ora gli occhi sono puntati tutti sulla Francia. Oltre alle parole di circostanza di qualche ministro sulla perdita di un alleato fondamentale nel Sahel e la dichiarazione di oggi del presidente Macron, che annuncia il suo viaggio di venerdì in Ciad per assistere al funerale di Deby, Parigi mostrerà i denti nelle prossime settimane per mostrare come intende contrastare l’avanzata turca e mantenere l’egemonia su quella fetta del continente africano che ancora è determinante per alimentare la sua economia e le sue pretese di dominio di persistente stampo coloniale.

Articolo pubblicato anche nell’edizione online e cartacea del quotidiano Domani  

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