Analisi documentata
È uscito oggi (1° ottobre 2010) il rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti dell’uomo sui crimini commessi in Repubblica democratica del Congo tra il marzo 1993 e il giugno del 2003. Incattivite le reazioni di Rwanda, Uganda e Burundi, tra i paesi chiamati in causa. (nella foto, Paul Kagame, presidente del Rwanda, e Joseph Kabila, presidente Rd Congo)

Il solo fatto di pubblicare questo rapporto (quasi 600 pagine che descrivono 617 violazioni gravi dei diritti umani, con decine di migliaia di morti!) è molto importante perché è praticamente la prima volta che in un rapporto dell’Onu vien fatta un’analisi così completa e documentata di avvenimenti svoltisi nel volgere di 10 anni.

 

I dettagli lasciano incredibilmente scioccati tanto è grande l’orrore e la violenza denunciati. Due paesi – Rwanda e Uganda – sono soprattutto indicati a dito come complici dell’esercito di Laurent Désiré Kabila (che nel 1997 sconfisse Mobutu, l’allora presidente dello Zaire, arrivando a Kinshasa nel maggio di quell’anno) e fautori di stupri collettivi sulle donne, violenze inaudite (donne sventrate…), torture, mutilazioni, assassini, reclutamento e sfruttamento di bambini-soldato, crimini di guerra…

 

Rwanda e Uganda hanno entrambi minacciato di ritirare le loro truppe dalle operazioni di mantenimento della pace in Darfur e Somalia. A reagire più violentemente è stato il Rwanda perché il rapporto mette in causa le forze armate rwandesi le cui esazioni nell’est della Rd Congo tra il 1996 e il 1998 sono qualificate di «crimini contro l’umanità, crimini di guerra, se non addirittura di genocidio». Usare il termine “genocidio” per quanto avvenuto in Rd Congo ha fatto imbufalire le autorità di Kigali, perché per loro il genocidio è solo e soltanto quello dei tutsi nel 1994 (in 100 giorni vennero ammazzate 800mila persone, tutsi e hutu moderati). Hanno liquidato il rapporto come «cattivo e pericoloso» oltreché «malevolo, scioccante e ridicolo».

 

Scopo di ogni rapporto dell’Onu, e di questo in particolare, non è quello di attribuire responsabilità individuali o di accusare un gruppo piuttosto che un altro. Suo scopo è solo quello di riportare i fatti. E i fatti sono terrificanti. Ma “la questione” non sarà mai risolta se non verrà stabilito un tribunale competente, composto di africani-congolesi e stranieri, incaricato di studiare caso per caso.

 

Sul documento è intervenuta con un comunicato anche Amnesty International che lo giudica «un primo passo avanti significativo ma che occorrono azioni concrete per assicurare alla giustizia i responsabili».

Salil Shetty, segretario generale di Amnesty  ha dichiarato che «Il ciclo di violenza e di abusi terminerà solo se i responsabili di crimini di diritto internazionale saranno chiamati a risponderne. La pubblicazione di questo rapporto dovrebbe essere solo il primo passo in questa direzione, e non l’ultimo».