Dalle 19 di sabato scorso, 22 maggio, la città di Goma, capoluogo del Nord Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, ha vissuto una situazione drammatica con la ripresa dell’eruzione del vulcano Nyiragongo.

La lava è scesa fino alle porte della città causando ingenti danni umani e materiali: oltre venti, al momento, i morti, centinaia le case bruciate – in particolare verso la località di Munigi, nel territorio del Nyiragongo e a Buhene, alla periferia della città -, la strada Goma-Rutshuru tagliata in due dalla lava, con profonde crepe nelle case e in alcune strade della città.

L’aeroporto è stato chiuso e gli aerei trasferiti altrove. Gran parte di Goma, fornita di corrente elettrica dalla società Virunga Sarl, è ancora immersa nell’oscurità e subisce notevoli tagli nella distribuzione dell’acqua a causa della lava che ha danneggiato le condutture di trasporto.

Popolazione in fuga da Goma (Credit: Nigrizia)

In preda al panico, la popolazione è corsa in tutte le direzioni per cercare rifugio, soprattutto nella città di Gisenyi, nel vicino Rwanda (oltre 5mila persone) e verso Sake, a 25 chilometri dalla città in direzione nordovest (oltre 17mila). Molti si sono rifugiati anche a Bukavu, nella provincia del Sud Kivu.

L’intera popolazione è soggetta a psicosi, panico e traumi che si aggiungono a quelli provocati dall’insicurezza cronica, dovuta agli attacchi dei gruppi armati contro i civili – anche ieri 26 civili sono stati uccisi in un attacco attribuito alla milizia filo ugandese Adf – e che sono amplificati dalle conseguenze dell’eruzione. Da lunedì 24 maggio, infatti, la città è preda di forti e ricorrenti scosse di terremoto dovute agli assestamenti della terra.

A Goma, sotto stato d’assedio da inizio maggio, il governatore militare, generale Constant Ndima, ha ordinato l’evacuazione della popolazione residente in 10 dei 18 distretti della città, a causa dei rischi di destabilizzazione del volume di gas disciolto sotto il lago Kivu, provocato dall’interazione del magma con l’acqua del lago.

Tale emissione di gas superficiale potrebbe essere potenzialmente pericolosa: «I dati attuali sulla sismicità e sulla deformazione del suolo – afferma il generale – indicano una presenza di magma sotto la zona di Goma, con un’estensione sotto il lago. Tutto può succedere».

(Credit: Nigrizia)

Diverse persone hanno inoltre segnalato spari dalla prigione di Munzenze, da cui alcuni detenuti avrebbero cercato di fuggire.

Il governo centrale ha inviato da Kinshasa una delegazione governativa guidata dal ministro della Salute Jean-Jacques Mbungani, con altri sei ministri, per un monitoraggio della situazione umanitaria e sanitaria. La delegazione ha fornito alcuni aiuti, in particolare 40mila lamiere per i tetti delle case delle vittime.

Accompagnata dalle autorità provinciali, ha valutato la situazione sanitaria della popolazione negli ospedali e verso le zone di evacuazione, proseguendo nel monitoraggio del vulcano.

Hanno riscontrato una caotica situazione umanitaria, mancanza d’acqua, la presenza di tantissime donne e bambini con poche merci raccolte frettolosamente, lasciati per strada senza assistenza, sottoposti a inalazioni di gas e ceneri, costretti a dormire all’aperto in difficili condizioni igieniche e in situazioni di forte promiscuità.  

Le autorità dell’Osservatorio vulcanico di Goma (OvG), senza assistenza tecnica per sette mesi, non hanno emesso alcun allarme prima dell’eruzione e non sono in grado di rassicurare la popolazione, in particolare sulla fine o sull’evoluzione dell’eruzione vulcanica.

Tuttavia, va accolta con favore la recentissima riapertura del traffico sulla direttrice Goma-Rutshuru – una strada di approvvigionamento vitale per Goma – e i primi soccorsi forniti alla popolazione da alcune organizzazioni internazionali, come la Croce Rossa, dagli Stati Uniti e dalla Monusco (Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Congo).

Ѐ ora urgente una massiva azione di solidarietà internazionale che si traduca in aiuti concreti agli sfollati e ai rifugiati, per far fronte ai loro bisogni immediati e per prevenire la diffusione del Covid-19 e l’insorgenza di malattie trasmesse dall’acqua contaminata.