Per dare risposte concrete alle pressanti richieste di protezione da parte della popolazione e della società civile nell’est del paese, il presidente Tshisekedi ha spinto il nuovo governo dell’“Union sacrée” a militarizzare le zone più colpite.

Comincia oggi lo stato d’emergenza nelle regioni dell’Ituri e del Nord Kivu, teatro da anni di continue incursioni armate da parte di sedicenti gruppi di ribelli che lavorano per conto terzi (Rwanda e Uganda su tutti al soldo di potenze occidentali) nel controllo di terre e minerali.

I militari delle Fardc prendono le redini delle istituzioni e della giustizia locali, ma se fa subito scalpore la notizia che i due nuovi governatori delle regioni in questione sono a loro volta ex ribelli, coinvolti in azioni non certo diplomatiche e trasparenti nel passato.

In particolare, in Ituri il nuovo governatore, il generale Constant Ndima, è stato in passato un uomo del leader politico ed ex vicepresidente Jean Pierre Bemba, ed è accusato di massacri contro le popolazioni nande e contro i pigmei. Niente di nuovo, se consideriamo le connivenze sempre presenti tra milizie, bande armate e militari che aumentano la complessità di attori in campo in un territorio dove più c’è caos e meglio si ruba.

Questa impronta militare – operazione prevista per un mese e rinnovabile poi ogni 15 giorni – concede poteri speciali all’esercito per mettere fine ai massacri, come promesso dal nuovo premier Jean-Michel Sama Lukonde e come richiesto ieri in commissione affari esteri dell’Assemblea nazionale francese dal dottor Denis Mukwege che invoca l’operatività delle azioni giudiziarie raccomandate dal rapporto Mapping delle Nazioni Unite (contro i crimini all’est compiuti tra il 1993 e il 2003) e un tribunale speciale internazionale per la Rd Congo.

Se la missione Onu, contestatissima nell’est, non riesce a dare una svolta a quel caos con il contingente di caschi blu della Monusco (17.500 uomini per un’operazione che costa 1 miliardo di dollari l’anno), ora ci prova l’esercito congolese

Il mese di aprile ha visto infatti molti disordini che hanno portato anche ad atti di violenza. Oltre alle manifestazioni della popolazione che chiede la partenza della Monusco, la città di Beni, capoluogo della regione del Nord Kivu, ha vissuto delle proteste insolite: diversi studenti hanno occupato per giorni la spianata del municipio, dormendo sotto le stelle.

Hanno chiesto la presenza del capo dello Stato, Félix Tshisekedi, al quale hanno voluto esprimere la loro collera per l’insicurezza che è diventata ricorrente in questo contesto e che impedisce agli studenti di frequentare la scuola come ovunque nel mondo. Dopo una settimana di sit-in, la polizia nazionale congolese ha disperso gli studenti con un uso sproporzionato della forza.

Ciò ha provocato degli scontri: uno di loro è morto e altri cinque, feriti, sono stati curati presso l’ospedale di riferimento generale di Beni. Ad oggi, il sit-in è stato revocato e gli studenti hanno ripreso timidamente il loro viaggio verso la scuola. Come se non bastasse a incendiare il clima, venerdì 30 aprile, due uomini in moto hanno sparato a bruciapelo a un soldato musulmano delle Fardc.

Ma l’avvenimento che ha scosso ancora di più la popolazione di Beni e che va a toccare le corde più sensibili delle convinzioni e appartenenze religiose in campo, è stato quello di sabato 1° maggio, quando il rappresentante regionale della Comunità islamica del Congo (Comico), lo sceicco Ali Amin Ousman, è stato colpito più volte mentre guidava la preghiera serale (al-icha) alla moschea Al-Jammiya / Mupanda di Beni.

Secondo informazioni attendibili, l’imam era stato preso di mira dalle Adf, Forze alleate democratiche, gruppo ribelle tacciato dal dipartimento di Stato americano come gruppo terroristico, considerato un alleato dello Stato islamico che aveva pronunciato una “fatwa” (pronunciamento giuridico islamico) contro di lui per non aver predicato il jihad armato nella moschea e per i suoi rapporti con i non credenti.

A partire dal 21 aprile, Ousman aveva ricevuto messaggi di morte che gli chiedevano di scegliere tra il “vivere con i non credenti, e quindi essere fatto fuori, oppure predicare il Corano e la Sunnah (tradizione scritta) del Profeta per rimanere nella Ummah (comunità) dei credenti”.

L’assassinio dello sceicco Ousman il 1° maggio, nel mezzo del mese sacro del Ramadan e nella moschea è un forte segnale che il gruppo Adf sta inviando ad altri musulmani schierati dalla parte della gente, assieme ad altri attori locali, nel denunciare le continue esazioni contro i civili. Questo atto barbaro fa precipitare l’intera città di Beni nella paura ed è arrivato pochi giorni dopo l’annuncio dell’imposizione dello stato di emergenza.

Ora le forze vive delle regioni sotto tiro, dalle Chiese alle ong, dalle organizzazioni internazionali ai movimenti della società civile, sono invitate a fare fronte comune nonviolento contro questi ennesimi crimini, al fianco delle espressioni più autentiche delle comunità musulmane, per cercare di ristabilire il ritorno alla vita normale per popolazioni stremate e private, ormai da anni, del diritto alla vita.