Egitto / Amnesty denuncia
Nuovo giro di vite contro gli attivisti dell’opposizione, in vista delle elezioni presidenziali del 2018. 36 arresti in 17 città. Mano pesante sui social network. A processo Khaled Ali, attivista dei diritti umani e già candidato alla presidenza.

Il regime del generale Al-Sisi – al potere dal dicembre 2013 con il colpo di stato che ha posto fine al mandato di Mohamed Morsi e poi confermato dalle urne nel giugno del 2014 – sta preparando a modo suo le elezioni presidenziali previste nel 2018: alzando il livello di repressione nei confronti degli oppositori.

Lo afferma Amnesty International, sottolineando che «nelle ultime settimane sono stati arrestati, in 17 diverse città dell’Egitto, almeno 36 esponenti di cinque tra partiti di opposizione e gruppi politici giovanili, molti dei quali per aver pubblicato post sulle elezioni».

Nel mirino anche Khaled Ali, già candidato alle presidenziali del 2012 e noto attivista per i diritti umani. Arrestato il 23 maggio e rilasciato su cauzione, sarà processato il 29 maggio per “violazione della morale pubblica”. Se condannato (rischia un anno di carcere o a una multa) non potrebbe candidarsi nuovamente alle elezioni.

Khaled Ali è il fondatore di Aish we Horreya (Pane e libertà), uno dei partiti colpiti dai recenti arresti. Avrebbe «violato la morale pubblica» facendo un gesto con la mano durante una manifestazione tenuta a gennaio di fronte al Consiglio di stato, che aveva appena annullato la decisione del governo di cedere all’Arabia Saudita due isole del mar Rosso.

Rileva Najia Bounaim, direttrice delle campagne di Amnesty International per il Nordafrica:

«Le elezioni non si svolgeranno prima del 2018 eppure le autorità egiziane sono già al lavoro per stroncare ogni possibile candidatura che possa mettere in pericolo il loro attaccamento al potere. L’arresto e il processo di Khaled Ali sono chiaramente motivati da ragioni politiche. Le autorità egiziane devono ritirare l’assurda accusa mossa contro di lui e porre fine alla campagna diffamatoria nei suoi confronti».

Facebook e Twitter sotto torchio

Amnesty International ha parlato di questo giro di vite di maggio con 13 avvocati, quattro ricercatori sui diritti umani e 14 familiari degli arrestati. In almeno 29 casi gli arresti sono avvenuti in casa all’alba, da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale. Quattro avvocati per i diritti umani che rappresentano nove arrestati hanno riferito ad Amnesty International che le prove contro i loro clienti comprendono post di Facebook, vecchi manifesti politici e volantini.

Almeno 26 persone sono tuttora agli arresti per capi d’accusa derivanti dalla vaga normativa antiterrorismo, tra cui la presunta appartenenza a gruppi che intendono rovesciare il governo, oppure per “offesa al presidente” attraverso i social media o “abuso delle piattaforme social”. Rischiano da 5 a 25 anni di carcere.

Il 24 maggio le forze di sicurezza hanno arrestato altri due esponenti del partito Dostour dei quali non si hanno ancora notizie. Commenta Bounaim: «Il numero delle persone arrestate e quello delle città coinvolte indica che si è trattato di un’azione repressiva coordinata e questo rende la situazione ancora più preoccupante. Le autorità stanno usando senza vergogna le leggi antiterrorismo per colpire anche giovani attivisti politici che criticano su Facebook il presidente al-Sisi».

Amnesty ricorda che il parlamento egiziano sta esaminando una controversa proposta di legge per limitare l’accesso a piattaforme online come Twitter e Facebook attraverso l’obbligo di registrare gli account presso il governo. L’uso non autorizzato dei social network verrebbe punito con sei mesi di carcere e una multa di circa 200 euro.

La stretta repressiva del regime era stata segnalata a gennaio anche nell’ultimo rapporto di Human Rights Watch.

Nella Foto: L’avvocato egiziano e l’ex candidato presidenziale Khaled Ali indica le foto di alcuni attivisti arrestati e incarcerati durante le proteste del 22 giugno 2016.