Prima che la pandemia ci trasformasse tutti in eremiti domestici, nella vita precedente insomma, ci aggrappavamo ad alcune certezze positive. Ad esempio, che gli oltre 3mila kenyani – residenti e registrati in Italia dall’Istat al 1° gennaio 2019 – appartengono alla categoria degli stranieri più generosi.

Nel 2019, infatti, ciascuno di loro ha mediamente inviato alla propria famiglia d’origine quasi 5mila euro in rimesse. Chi, invece, ha guadagnato la medaglia del “taccagno” sono i quasi 20mila algerini che vivono qui da noi: 28 euro a testa inviati a casa. Un dato, quest’ultimo, che potrebbe nascondere, in realtà, un altro fenomeno: gli algerini sono talmente ben radicati in Italia che “sentono” casa loro il nostro paese e un po’ meno quello d’origine.

Record di rimesse

Sono solo due dati estratti da quella miniera di informazioni rappresentata dalle tabelle sulle rimesse degli stranieri che vivono nel Belpaese, aggiornate il 20 aprile dalla Banca d’Italia. Come ci ricorda uno studio della Fondazione Leone Moressa, «dopo il crollo del 2013 e alcuni anni di sostanziale stabilizzazione, il 2019 conferma la crescita delle rimesse già registrata l’anno precedente. Dopo 7 anni, dunque, si torna sopra quota 6 miliardi di euro».

Un trend, quello italiano, in scia con il dato mondiale: l’anno scorso si è infatti registrata la cifra record di 554 miliardi di dollari di rimesse globali, per la prima volta superiore a quella relativa agli investimenti diretti esteri. E da anni le somme inviate dagli emigrati ai loro paesi d’origine sono ben maggiori degli aiuti pubblici allo sviluppo.

A dimostrazione che gli stranieri si aiutano a casa loro già da soli. Ci sono alcuni paesi africani dove quella voce rappresenta una cospicua percentuale del bilancio statale, come nel caso del Lesotho dove il denaro inviato a casa da parenti all’estero rappresenta il 23% del pil del paese.

Effetti negativi delle rimesse

Certo, le rimesse sono anche uno strumento messo sotto la lente critica da molti analisti. Nel saggio Ripartire dall’Africa (edito da Donzelli) uno dei curatori, Sebastiano Ceschi, scrive: «Il loro impatto concreto ha mostrato quanto piccoli e spesso ambigui fossero i loro effetti sui processi reali di sviluppo». Delineano «un contro paesaggio permeato di diseguaglianze sociali tra chi ha parenti all’estero e chi no».

Rappresentano prevalentemente «spese di consumo che danneggiano i mercati locali e creano nuovi meccanismi di dipendenza». Inoltre agevolano la «creazione di micro imprese deboli e dalla vita corta, non capaci di modificare l’ambiente socio economico e produttivo locale».

Eppure, tagliare ora quel flusso finanziario rappresenterebbe una campana a morto per molti paesi poveri. Africani, in testa. Ed è un rischio reale dopo il coprifuoco generale e l’immobilità sociale scattati con la diffusione del coronavirus.

Fosche previsioni della Banca mondiale

Le previsioni della Banca mondiale, infatti, sono fosche. Le rimesse globali diminuiranno di circa il 20% quest’anno, facendo registrare il calo più netto dall’inizio delle rilevazioni. La brusca frenata, secondo lo studio, sarà in gran parte dovuta a una diminuzione dei salari e dell’occupazione dei lavoratori migranti, che tendono a essere più vulnerabili alla perdita di occupazione e di salario durante una crisi economica in un paese ospitante. I flussi di rimesse dovrebbero scendere in tutte le regioni esaminate dalla Banca mondiale: in Africa subsahariana il calo si dovrebbe attestare sul 23,1% .

Quanto al 2021, la Banca mondiale stima che le rimesse verso i paesi a basso e medio reddito conosceranno una ripresa e aumenteranno del 5,6 %: 470 miliardi di dollari, una cifra, comunque, ben al di sotto di quella del 2019.

Senegalesi in testa

Resta, tuttavia, il dato pre segregazione a oltranza: le rimesse degli africani, anche di quelli che vivono in Italia, hanno rappresentato una boccata d’ossigeno per molte economie locali. Rimesse che hanno subito una forte accelerazione nel 2019: un +10% in più rispetto al dato del 2018. Un miliardo e 300 milioni gli euro spediti dagli africani qui residenti alle famiglie di origine. Circa un quinto delle rimesse complessive.

A guidare la classifica i senegalesi, con 376 milioni di euro. Negli ultimi 4 anni hanno spedito a parenti e amici oltre un miliardo e 322 milioni di euro. In classifica, poi, ci sono i marocchini, la comunità africana storicamente più numerosa in Italia (423mila persone): 328 milioni e spiccioli gli euro mandati.

In percentuale, il balzo più lungo è stato quello compiuto dalla comunità nigeriana, le cui rimesse sono cresciute del 46%, arrivando a 108,2 milioni di euro. Chi, invece, ha realizzato il passo del gambero più poderoso sono stati i beninesi, che hanno inviato in patria il 30% in meno rispetto alle rimesse del 2018.

 

Valore pro-capite

Ma al di là del dato in assoluto è interessante rapportare il volume delle rimesse con il numero degli africani residenti in Italia (1.140.012), ottenendo il valore pro-capite. Mediamente, ciascun africano ha inviato nel suo paese poco meno di 1.200 euro nel 2019 (quasi 100 euro al mese). La situazione, tuttavia, è nettamente diversa tra nordafricani e subsahariani. Mentre la media dei primi è di 656 euro l’anno, quella dei secondi è di oltre 1.800 euro. Spiccano i dati (oltre dei kenyani) dei tanzaniani (4.600 euro) e dei senegalesi (3.400).

Ora che ci si muove su un terreno incognito, denso di interrogativi che sarebbero parsi eccessivi persino ad Amleto, tra le poche certezze che si stanno consolidando c’è che a pagare i danni più consistenti della chiusura a chiave della società e della caduta come birilli di posti di lavoro non saranno solo gli stranieri che vivono accanto a noi. Ma anche le centinaia di migliaia di famiglie che se ne stanno in patria e che attendono quei flussi finanziari ogni mese. O quasi. 
La pandemia dimostra che gli incubi esistono.