Il valico di frontiera di Guerguerat (Credit: maghribpost.com)

Ancora incerta la situazione nel Sahara Occidentale, dopo che all’alba di venerdì 13 novembre, l’esercito marocchino è intervenuto per sgombrare la zona-tampone di Guerguerat posta alla frontiera tra Sahara Occidentale e Mauritania, dove da settimane si susseguono le manifestazioni di protesta di civili sahrawi. 

L’esercito di liberazione sahrawi ha risposto immediatamente con la mobilitazione generale. Il giorno successivo il segretario del Fronte Polisario, Brahim Ghali, che è anche comandante dell’esercito e presidente della Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), ha dichiarato ufficialmente la fine del cessate il fuoco in vigore dal 6 settembre 1991, e ha annunciato di aver attaccato le postazioni marocchine lungo il muro costruito da Rabat e che divide in due, da nord a sud, il Sahara Occidentale.

Incerto fino ad ora il bilancio degli scontri, anche se ufficialmente le due parti non hanno dichiarato proprie vittime. Il Marocco afferma di aver riaperto il passaggio attraverso la zona tampone verso la Mauritania. Il ministro degli Esteri della Rasd, Ould Salek, ha fatto sapere che la fine della guerra dipende dalla fine dell’occupazione illegale di parte del Sahara Occidentale.

Ancora nella serata di ieri il comunicato militare n. 4 del Polisario riporta la continuazione degli attacchi in diversi settori del muro difeso dal Marocco. Intanto Rabat sta rispondendo su altri fronti, nei territori occupati, reprimendo le manifestazioni di sostegno all’indipendenza e al Polisario nella capitale El Aiun, e intimidendo gli attivisti sahrawi nelle proprie abitazioni.

Dopo 29 anni di tregua, sorvegliata da una missione di caschi blu (Minurso), la guerra si è dunque riaccesa tra il Polisario e il Marocco. Le preoccupazioni espresse, il giorno stesso, dal Segretario generale dell’Onu, appaiono quantomeno tardive alla luce di quanto accade da tempo nel Sahara Occidentale.

Le premesse infatti si sono accumulate in questi ultimi anni nella più completa inazione del Consiglio di Sicurezza, paralizzato dalla minaccia di veto da parte della Francia che parteggia apertamente per il Marocco, e nell’attivismo dell’UE che continua a stipulare accordi economici con Rabat, comprendenti il Sahara Occidentale, nonostante il suo Tribunale e la sua Corte di giustizia affermino non appartenga al Marocco.

Il Segretario generale Antonio Guterres ha telefonato ai leader delle due parti, il presidente Brahim Ghali e il re Mohammed VI. Dal maggio del 2018 Guterres è stato incapace di nominare il proprio inviato speciale in sostituzione di Horst Köler, già presidente della Germania. L’inviato speciale del Segretario generale svolge dal 1991 il delicato compito di mediatore tra le due parti, non a caso sistematicamente osteggiato dal Marocco che non vuole sia messa in discussione la sua sovranità sull’ex colonia spagnola.

La zona di Guerguerat è in una posizione strategica tra la parte del Sahara Occidentale occupata dal Marocco e la Mauritania. I pochi km di pista che dividono il posto di Guerguerat dal confine mauritano costituiscono il passaggio terreste obbligato. Da qui transita il traffico commerciale soprattutto di prodotti marocchini, droga inclusa, in direzione dell’Africa sub sahariana, da qui transitavano i Rally Parigi-Dakar prima del loro spostamento nel Sudamerica.

Si tratta di una no-man land poiché posta oltre il “muro della vergogna”, come lo chiamano i sahrawi, e il confine internazionale. Da sempre il Polisario contesta che il Marocco possa disporre di quel passaggio, ma in quel tratto di sabbia né il Marocco né il Polisario possono disporre di truppe armate, in virtù dell’accordo militare che le due parti hanno stipulato nel dicembre 1997 per prevenire le violazioni del cessate il fuoco, e che stabilisce una zona tampone di 5 km a est e a sud del muro.

Le tensioni riesplodono periodicamente in questa zona, soprattutto da quando, quattro anni fa, il Marocco tenta di completare la strada asfaltata, che attraversa da nord a sud i territori occupati, per congiungerla alla Mauritania, passando per la zona tampone. Il tentativo di Rabat è stato più volte rintuzzato.

In ogni caso il perdurare del passaggio attraverso il “muro della vergogna” fino alla frontiera mauritana è sempre più contestato, i sahrawi lo leggono come segno evidente della volontà della Minurso di lasciar agire indisturbata l’amministrazione marocchina, mentre considerano quella “terra di nessuno” come propria come tutto il resto del territorio del Sahara Occidentale, soprattutto quei 3/4 che il Marocco occupa da decenni.

Va ricordato che il referendum di autodeterminazione previsto dal piano di pace dell’Onu del 1991 non è mai stato realizzato poiché il Marocco, che lo aveva accettato, si rifiuta ormai anche solo di parlarne, e dal 2007 ammette esclusivamente l“autonomia” della regione, all’interno del regno. Tutti i tentativi di trovare un accordo si sono scontrati col rifiuto di Rabat di aderire al principio di autodeterminazione.

In questo clima di crescente intransigenza da parte del Marocco, l’Onu si è progressivamente adagiata in una routine inconcludente, mentre la minaccia di veto francese impedisce al Consiglio di Sicurezza di ampliare il mandato della Minurso alla salvaguardia dei diritti umani nei territori controllati dal Marocco, unica missione di pace attualmente dispiegata dall’Onu nel mondo ad esserne priva.

Il cessate il fuoco è diventato così lo strumento per lo statu quo dell’occupazione. Si comprende quindi la ragione della diffidenza sempre più grande dei sahrawi, e delle manifestazioni che i civili sahrawi cercano di organizzare nella zona tampone. Lo hanno fatto anche all’inizio di gennaio al passaggio dell’Africa Eco Race che dal 2009 ha sostituito la Parigi-Dakar, e che si fermerà nel 2021, ma solo per il Covid-19.

Il 1° settembre il Polisario aveva nuovamente attirato l’attenzione dell’Onu sulla inammissibilità che la Minurso assistesse senza batter ciglio a ciò che accade nella zona tampone. Le manifestazioni dei civili sahrawi sono riprese a ottobre, e sono diventate più significative quando sono rimasti profondamente delusi, a fine ottobre, dall’ennesima inconcludente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che proroga di un anno la missione dei caschi blu, senza mettere in campo nulla che permetta l’effettiva tenuta del referendum di autodeterminazione.

Anzi la Risoluzione non parla più né di referendum né di autodeterminazione, rinviando a precedenti risoluzioni in cui l’accento è messo esclusivamente su un “compromesso” tra Marocco e Polisario, come se nessun principio dovesse più guidare la soluzione del conflitto. È come se, sessant’anni dopo, l’Onu rinnegasse il principio di autodeterminazione approvato dall’Assemblea generale (la risoluzione 1514 del 1960), che ha consacrato la decolonizzazione dell’Africa e dei paesi coloniali.

Dal canto suo Rabat ha continuato in questi anni a contestare non solo la presenza di civili sahrawi nella zona tampone di Guerguerat, ma anche le attività politiche del Polisario nei territori liberati (a est del muro). In occasione del 45° anniversario della “marcia verde”, che all’inizio di novembre 1975 doveva camuffare l’invasione da parte dell’esercito marocchino di quella che era ancora una colonia spagnola, il re Mohamed VI aveva affermato con forza l’intenzione di non rinunciare al controllo del passaggio con la Mauritania.

Con l’attacco armato nella zona tampone, con un dispiegamento sproporzionato rispetto alle poche decine di civili sahrawi, il Marocco ha sancito non solo la rottura del cessate il fuoco, ma ha tentato di fissare una volta per tutte la sua sovranità anche su questa parte del Sahara Occidentale e, a questo scopo, è in costruzione un secondo muro per isolarla dalla presenza sahrawi.

Non è estranea alla decisione del Marocco, anche la situazione particolare in cui si trova l’Algeria, tradizionale alleata del Polisario, con il suo presidente Abdelmadjid Tebboune, che è anche capo delle forze armate, ricoverato in un ospedale tedesco a causa del Covid-19. 

Intanto, come di consueto, la guerra continua con altri mezzi, quelli dell’informazione. Mentre gli attivisti sahrawi si battono sulla rete in una lotta impari, la Map, l’agenzia di stampa ufficiale del Marocco, continua la campagna di disinformazione sul Polisario e sul “Sahara marocchino”, amplificata da media compiacenti, trovando un’eco inaspettata anche in Italia, a cui la Rappresentanza del Polisario in Italia ha prontamente risposto.