Giufà – Ottobre
Gad Lerner

Andateci piano a parlare di primavera araba degenerata in autunno integralista. I salafiti che hanno pianificato a freddo l’assalto alle sedi diplomatiche occidentali, strumentalizzando l’indignazione suscitata da un film blasfemo che peraltro nessuno aveva visto, e di cui si era falsificata la regia, hanno certo procurato una lacerazione grave nel dialogo tra islam e occidente. Ma la prova di forza intrapresa dai nostalgici del conflitto di civiltà, che sognerebbero di riportare le lancette della storia all’11 settembre 2001, ha dovuto fare i conti col nuovo potere, cioè con i governi della Fratellanza musulmana che ha vinto le elezioni in Egitto come in Tunisia. Per la prima volta i leader islamici democraticamente eletti hanno dovuto fare i conti con la componente estremista che pure li aveva fiancheggiati. E contemporaneamente tenere fede alle relazioni instaurate con gli Stati Uniti di Obama, artefice di un appoggio condizionato alle transizioni arabe in corso. Il presidente egiziano Morsi si è mosso con l’abilità già dimostrata con la defenestrazione delle alte cariche militari (sostituite da generali più giovani e graditi a Washington), e con la presa di distanze esplicita dal regime di Teheran; ma a un certo punto ha dovuto annullare la partecipazione dei Fratelli Musulmani alle manifestazioni di piazza, isolando gli estremisti, arrestando i capi violenti e, quindi, ponendosi in sintonia con la Casa Bianca. Lo stesso è avvenuto in Tunisia, dove il partito islamico Ennhada, che pure storicamente ha forti contiguità col movimento salafita, dopo il tentato assalto all’ambasciata Usa ha usato, per la prima volta, la mano pesante nella repressione. In Libia tutto è ancora più fluido, non ha spazio una componente islamica moderata, ma è chiaro che la provocazione omicida costata la vita all’ambasciatore Christopher Stevens è stata ordita da una milizia estranea al nuovo potere locale.

Dobbiamo seguire con attenzione questa dinamica interna al mondo musulmano. La scommessa di Obama di concedere credito a un’evoluzione moderata dei Fratelli Musulmani, viene in questi mesi sottoposta alla verifica dei fatti. È evidente che i salafiti vogliono far saltare questo dialogo: è la loro unica speranza di realizzare un obiettivo già mancato più volte nei decenni trascorsi, cioè la conquista del potere nel mondo arabo.

Fin troppo facile dire che questi fanatici prezzolati coi petrodollari di alcuni sceicchi del Golfo specializzati nel doppio gioco, pure di destabilizzare i rivali, trovano consenso fra i ceti popolari più sofferenti per la povertà dilagante; dove offrono protezione sociale e sfogo al rancore accumulato, rappresentando la delusione per il fatto che la caduta dei tiranni non ha comportato alcun miglioramento economico. Continuo a ritenere, però, che i salafiti, una galassia sparpagliata ma temibile, non possa avere chance di successo se l’occidente manterrà saldo il legame con i nuovi leader eletti democraticamente, di cui non si può negare l’ambiguità, ma neppure sottovalutare l’evoluzione positiva.

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