Manifestazioni e scontri
Il regime del Colonnello, al potere dal 1969, sta subendo un inaspettato scrollone. La rivolta, partita lo scorsa settimana da Bengasi, è arrivata a Tripoli. Gli stranieri lasciano il paese. E l’Italia si segnala per essere un buon fornitore di armi alla Libia.

Sotto il cielo di Libia la situazione rimane confusa, dopo che da una settimana anche l’ex colonia italiana è attraversata da manifestazioni contro il regime di Gheddafi e da scontri che hanno fatto non meno di 300 morti.

Dopo essere divampata a Bengasi, nella Cirenaica, la rivolta è arrivata rapidamente anche nella capitale Tripoli, dove da domenica sera si confrontano, armi alla mano, avversari e sostenitori del Colonnello. Si sono inseguite voci, non confermate, di una fuga all’estero di Gheddafi, mentre uno dei suoi figli, Seïf Al-Islam, ha dichiarato che «o si trova un accordo su un percorso di riforme oppure questa rivolta verrà fermata con un bagno di sangue».

 

Nel primo pomeriggio di oggi, testimoni hanno riferito alla France Presse che quattro navi da guerra libiche sono entrate nel porto di Tripoli. Mentre sembra che l’aviazione abbia sparato sui manifestanti. E che la situazione sia più che seria lo dice il fatto il prezzo del petrolio ha avuto un’impennata sui mercati e che alcune imprese petrolifere straniere attive in Libia – compreso il gruppo petrolifero italiano Eni – hanno chiesto ai familiari dei loro dipendenti di rientrare in patria. A proposito di Eni, il suo titolo, al pari di quelli di Finmeccanica e Unicredit anch’essi partecipati dalla Libia, ha avuto un crollo in Borsa.

La tv satellitare Al Jazeera, citando fonti libiche, ha affermato che «all’interno dell’esercito vi sarebbero grandi tensioni, al punto da poter prevedere che il capo di stato maggiore aggiunto, El Mahdi El Arabi, possa dirigere un colpo di stato militare contro il colonnello Gheddafi».

Il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, ha espresso «profonda preoccupazione» e ha chiesto di «porre fine a ogni forma di violenza». Po ha aggiunto: «Le richieste di tutte le popolazioni arabe in cerca di riforme, sviluppo e cambiamento sono legittime e sono condivise dal mondo arabo, soprattutto in questo momento cruciale della storia araba».

Per quanto riguarda l’Europa, ancora si attende una presa di posizione. I 27 ministri dell’Unione europea stanno ancora negoziando un testo di condanna della Libia che possa essere condiviso da tutti. Si confrontano le posizioni molto dure di paesi come la Germania e la Gran Bretagna (l’unico paese della Ue ad avere convocato l’ambasciatore libico in segno di protesta contro le violenze verso i manifestanti) e linee più ambigue, come quella dell’Italia.

Il ministro degli esteri italiano Franco Frattini, che finora si è distinto con annunci generici – tipo «avviare processo di riconciliazione nazionale pacifico» -, dovrebbe riferire sulla situazione libica in Parlamento mercoledì 23 febbraio.

A proposito dell’Italia e dei suoi rapporti con la Libia. È bene segnalare una presa di posizione dell’Archivio Disarmo, che spiega come e perché il 2% del nostro export di armi è diretto a Tripoli.

 

 

Atto terzo, Libia?