Reception di un ospedale a Luanda (Credit: César Magalhães, Novo Jornal)

Esiste una relazione inversa, secondo i dati ufficiali, fra spese per difesa e sicurezza e spese per la sanità pubblica in Angola. Nonostante il rischio militare sia oggi considerato da tutti gli osservatori come relativamente basso, il governo ha deciso di aumentare del 3,2% all’anno le sue spese militari fra il 2022 e il 2026. Cina e Russia ringraziano, essendo queste le maggiori fornitrici di armamento bellico e di aerei militari all’Angola, mentre il settore sanitario continua a essere sotto-finanziato e i principali ospedali si stanno trasformando in veri e propri obitori.

Ma c’è di più: occorre distinguere fra le previsioni di bilancio e ciò che, in effetti, viene speso nei vari comparti pubblici. E nel 2020 è accaduto che il settore della difesa abbia assorbito circa il 18% della spesa pubblica effettiva, mentre quello della salute si è fermato al 6%, inferiore del 10% rispetto a quanto inizialmente preventivato. Anche nel 2021 la spesa per la salute pubblica non supererà il 6% del bilancio statale angolano.

I dati sono ancora più drammatici se si incrociano con quelli del comparto sanitario e della sua evoluzione (o involuzione) a partire dalla malattia che, a oggi, continua a rappresentare la principale causa di morte nel paese: se nel 2018 la malaria aveva provocato circa 7mila decessi (di cui il 51% nella fascia infantile), quest’anno, da gennaio ad agosto, i morti sono già 9mila e i casi circa 6 milioni, ossia poco meno di un quinto dell’intera popolazione nazionale. Dati peraltro in linea, secondo l’Organizzazione mondiale della salute, con quelli continentali, in cui, negli ultimi 4-5 anni, i progressi nella lotta alla malaria sono stati nulli.

La situazione angolana è ancora più grave se si pensa che nella sola Luanda occorrerebbero 2.280 nuovi medici, il triplo degli attuali 760, in una metropoli da circa 5 milioni di abitanti e in un paese che è il terzo maggiore produttore di petrolio in Africa, dopo Nigeria e Libia.

La società civile in piazza

Sono questi i dati che hanno indotto, nel luglio scorso, diverse organizzazioni della società civile a manifestare pubblicamente, nelle piazze di Luanda, Huambo, Benguela, Kabinda, Huila, contro una sanità pubblica al collasso, sotto-finanziata e incapace di rispondere alla richiesta di assistenza medica e ospedaliera degna di questo nome.

Le rivendicazioni sono iniziate proprio a partire dai dati relativi alla malaria e alla sua diffusione crescente, con un governo incapace di dare risposte efficaci al maggiore problema del paese. E si sono poi estese alla necessità di un più cospicuo impegno, anche in termini di spesa pubblica, verso la sanità, alla cronica carenza di medicinali, al trattamento spesso disumano riservato ai malati nei principali presidi ospedalieri, con diffuse pratiche di corruzione. Il tutto iniziando dalla parola d’ordine di “Vogliamo salute e non morte negli ospedali”, inneggiando alla vita e alla sua difesa.

Nonostante un atteggiamento poco tollerante delle forze dell’ordine, specialmente fuori Luanda (a Benguela una ventina di manifestanti sono stati fermati), l’iniziativa è riuscita a scuotere la società civile locale, dando modo ad altri soggetti di tornare sull’argomento, incalzando il governo di João Lourenço. Per esempio, Adriano Manuel, leader del Sindacato dei medici angolani (Sma) soltanto pochi giorni fa ha sottolineato come i principali ospedali del paese si trasformeranno ben presto, come accaduto nel recente passato, in gigantesche camere mortuarie, se le autorità politiche non assumeranno rapide misure.

Ancora una volta, sul banco degli imputati ci sono i morti per malaria, sottolineando una incoerenza evidente fra le risorse impiegate per combattere il Covid-19 (che pure ha aggravato ulteriormente il quadro, facendo decine di vittime fra la stessa classe medica), la carenza di personale sanitario e l’impegno contro malaria e paludismo.

Dal governo risposte tardive

Una risposta parziale è venuta pochi giorni fa dal governo, che ha annunciato d’aver acquistato dalla Tanzania 21mila litri di biolarvicidi, con l’obiettivo di eliminare sul nascere la riproduzione della zanzara portatrice della malaria. Questo prodotto sarà applicato, secondo le dichiarazioni del segretario di Stato per la salute pubblica, Franco Mufinda, soprattutto nelle due province più colpite da casi di malaria, Benguela, Cuanza Sul e Huambo. Lo stesso Mufinda ha anche rilevato come senza un approccio multisettoriale la malaria non potrà essere sconfitta, riferendosi in particolare all’impegno da parte di ogni famiglia nella disinfestazione delle abitazioni e nella gestione oculata dei rifiuti.

E un’altra iniziativa è venuta dal sistema delle Nazioni Unite. Entro il 2024, infatti, dovranno essere spesi gli 88 milioni di euro che il Fondo globale dell’Undp, il programma di sviluppo dell’Onu, ha messo a disposizione di Luanda pochi giorni fa per combattere soprattutto Aids, malaria e tubercolosi nelle regioni di Benguela e Cuanza Sul.

A fronte di obiettivi chiaramente delineati (nel caso della malaria ridurre il tasso di positività al 35% entro il 2023 e la diffusione di zanzariere al 90% della popolazione) occorrerà un monitoraggio costante non soltanto di tipo “tecnico” da parte dei donatori, bensì sul terreno, da parte delle comunità locali coinvolte che, col loro protagonismo, hanno indotto il governo angolano a superare la nota abulia, assumendo una qualche iniziativa per combattere la malaria e, si spera, migliorare tutta la sanità pubblica, oggi quasi al collasso.

 

 

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