Il presidente tanzaniano John Magufuli durante un corteo elettorale (John Magufuli (max-security.com)

La Tanzania andrà al voto il 28 ottobre. Saranno eletti il presidente e il parlamento. Il risultato dovrebbe essere scontato. Tutte le previsioni dicono che sarà confermato John Magufuli, presidente in carica dal 5 novembre 2015 e capo del maggior partito del paese, il Chama cha mapinduzi (Ccm – Partito della rivoluzione), nato nel 1977 dalla fusione tra il Tanu (Unione nazionale africana del Tanganica), il partito protagonista della lotta di liberazione, e l’Afro-shirazi party, il partito di governo a Zanzibar, dopo l’unione con il Tanganica, da cui è nata la Tanzania. Il Ccm si ispira all’ideologia del socialismo africano del padre della patria, Julius Nyerere.

Maggior sfidante è l’avvocato Tundu Lissu, esponende del secondo partito del paese, il Chadema (Partito della democrazia e dello sviluppo), formazione di centro destra, liberista in economia.

Tundu Lissu, rappresentante del collegio elettorale di Singida Est nell’attuale parlamento, è ritornato in patria nello scorso luglio dopo aver trascorso tre anni all’estero, a seguito di un attentato in cui rimase ferito molto gravemente.

Era il 17 settembre 2017. Poche settimane prima aveva dichiarato pubblicamente di essere oggetto di stalking da parte delle forze di sicurezza e che la sua casa era stata perquisita. Fu bersaglio di una scarica di colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della sua residenza ufficiale, nella capitale politica del paese, Dodoma.

E’ stato prima in Kenya e poi in Belgio, dove ha subito numerose operazioni chirurgiche. I suoi attentatori sono rimasti sconosciuti, ma il Chadema non ha dubbi sul fatto che si sia trattato di un attacco dovuto a ragioni politiche e ha chiesto invano l’intervento di una commissione d’inchiesta indipendente.

Lissu, infatti, si è sempre opposto duramente a Magufuli, da lui definito come un “petty dictator” cioé un dittatore gretto, ma anche insignificante. Ma soprattutto, ha coordinato la preparazione di dossier scottanti, come quello che ha smascherato la corruzione di numerosi funzionari governativi in posizioni chiave, conosciuto come la “Lista della vergogna” (List of shame).

L’oppositore Tundu Lissu al suo rientro dall’esilio (Credit: (theconversation.com)

Il clima politico è ulteriormente peggiorato a causa di provvedimenti legislativi autoritari che hanno favorito violazioni evidenti dei diritti umani e limitato la libertà di opinione e di stampa. Grande dibattito, e indignazione, ha suscitato, ad esempio, la direttiva riguardante l’espulsione dalla scuola delle adolescenti madri, provvedimento che le condanna ad una vita di povertà ed emarginazione.

Particolarmente colpita la libertà di stampa, tanto che nell’indice globale (World press freedom index) pubblicato da Reporter senza frontiere per quest’anno, la Tanzania si colloca al 124esimo posto su 180 paesi esaminati, precipitando di ben cinque posizioni rispetto al 2019. In precedenza si era occupata della situazione anche la Corte di giustizia dell’Africa orientale che aveva dichiarato illegittimi diversi articoli del Media service act, del 2016, perché contrari ai regolamenti della Comunità dell’Africa orientale.

La campagna elettorale risente in modo grave di questa situazione. I relatori tanzaniani di una tavola rotonda online organizzata la scorsa settimana dal Rift Valley Institute, un autorevole centro studi con sede a Nairobi, hanno denunciato un restringimento palpabile dello spazio politico e della partecipazione al dibattito elettorale della società civile, oltre che l’impossibilità di far sentire voci indipendenti.

Jenerali Ulimwengu, giornalista del settimanale regionale The East African, ha sottolineato che i mass media sono stati completamente silenziati dalla legislazione vigente e da ricorrenti pesanti sanzioni nei confronti della stampa indipendente, tanto che fatti gravissimi non vengono ormai più resi pubblici.

Ha portato ad esempio proprio l’uso dei lacrimogeni da parte della polizia per disperdere la folla pacifica dei sostenitori di Tundu Lissu, minimizzato o addirittura taciuto dalla stampa locale. Lissu però ha denunciato pubblicamente il grave accaduto, verificatosi la scorsa settimana, come atto intimidatorio e discriminatorio. La dichiarazione sarebbe alla base della decisione della Commissione elettorale nazionale (Nec) di sospendere la sua campagna per una settimana, e questo il 3 ottobre, a ridosso delle elezioni.

Non ci sono, invece, precauzioni a causa della pandemia causata dal coronavirus. Ad una domanda precisa sul suo impatto sul corretto svolgimento delle elezioni, i relatori della tavola rotonda citata hanno risposto concisamente che, secondo il governo, la Tanzania è libera dal coronavirus fin dal mese di giugno. La grazia, ha dichiarato Magufuli, sarebbe dovuta alle preghiere accorate dei fedeli tanzaniani. Da maggio le autorità competenti non aggiornano i dati, mentre le attività economiche e sociali non hanno restrizioni di sorta.

Modelli statistici, sviluppati da centri specializzati (come il Mrc, Centre for global infectious disease analysis at imperial college London – Consiglio per la ricerca medica, Centro per l’analisi delle malattie infettive globali al collegio imperiale di Londra) basati sugli ultimi dati ufficiali disponibili dicono che, senza provvedimenti di contrasto, il paese potrebbe arrivare ad avere milioni di positivi sintomatici e migliaia di morti. Ma, a giudicare dalle risposte sbrigative dei relatori tanzaniani citati, l’argomento nel paese è tabù. Meglio, insomma, non andare in cerca di grane, mettendo in discussione la versione ufficiale.

Il voto in un contesto come quello descritto, difficilmente potrà essere definito libero e credibile. D’altra parte nessuno si aspetta sorprese. Magufuli va sicuro verso il suo secondo mandato. E vedremo presto se ha ormai imboccato la strada della presidenza a vita, come tanti dei presidenti africani.