Crescono in Italia i lavoratori e le lavoratrici, italiani e migranti, sfruttati nei campi agricoli, emarginati nei ghetti del Sud e del Nord e resi fragili da un sistema di produzione fondato sulla ricattabilità e sulla speculazione del lavoro e dell’ambiente. Erano infatti 110mila nel 2018 e sono ora 180mila i lavoratori che vivono una quotidiana fragilità, vittime di sfruttamento, violenza, ricatto e umiliazione.

È questo uno dei dati più inquietanti del V° Rapporto agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, presentato il 16 ottobre scorso presso il teatro Ambra Jovinelli di Roma. Tra i vari ospiti della giornata e relatori, la ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, il presidente della commissione antimafia Nicola Morra, il procuratore generale della Corte di cassazione Giovanni Salvi, Andrea Ricciardi della comunità di Sant’Egidio e infine il segretario generale della Cgil Maurizio Landini.

Ad introdurre il rapporto è stato il segretario generale della Flai-Cgil, Giovanni Mininni, secondo il quale: «I fenomeni di sfruttamento, lavoro sommerso e caporalato non sono più appannaggio esclusivo di quelle regione del Mezzogiorno per così dire vocate a queste pratiche illegali di economia e di lavoro, ma anzi li ritroviamo anche in alcune aziende della ricca agricoltura del Franciacorta o del veronese».

Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Trentino Alto Agide o molte altre regioni del Centro e del Nord presentano, infatti, sempre più spesso un sistema organizzato di sfruttamento e di violazione quotidiana della dignità delle persone impiegate e a volte, come anche Amnesty international Italia riconosce, dei diritti umani.

Analizzando i 260 procedimenti penali riguardanti tutti i settori lavorativi, il rapporto ha messo in evidenza che 143 di essi, ossia oltre il 50%, non riguardano le regioni del Sud. Il Veneto e la Lombardia, infatti, con le Procure di Mantova e Brescia, presentano il maggior numero di procedimenti penali. Tra le aree prese in considerazione, il Veneto con le province di Verona, Vicenza, Padova e Rovigo, l’area livornese della Val di Cornia, la Piana del Sele tra Battipaglia ed Eboli, le province pugliesi di Brindisi e Taranto ed infine la Sicilia con le province di Agrigento e Trapani.

Tra le Procure più attive contro le agromafie, il rapporto individua anche quelle dell’Emilia-Romagna (si ricorda il processo “Aemilia”), del Lazio, con Latina al primo posto, e della Toscana con la provincia di Prato capofila. Proprio a Latina, è utile ricordarlo, il 28 settembre scorso è stato organizzato dalla Cgil, con Cisl e Uil, uno sciopero unitario coi lavoratori immigrati, soprattutto indiani sikh, della provincia, contro il “caporalato”, lo sfruttamento, i gravi incidenti sul lavoro spesso nascosti da alcuni imprenditori agricoli per evitare problemi di natura sindacale e giudiziaria. Incidenti che sono costati anche la vita ad alcuni di loro.

Una combinazione letale se associata al “caporalato” e a varie altre forme di speculazione condotte sulla pelle di uomini e donne impiegate quotidianamente in attività faticose, pericolose e nel contempo fondamentali per la vita di tutta la cittadinanza. Pratiche e comportamenti omissivi che, peraltro, vedono protagoniste anche alcune aziende considerate virtuose perché certificate biologiche e biodinamiche.

Questa contaminazione rispetto a forme di economica sostenibile rappresenta un’evoluzione del fenomeno criminale che deve essere monitorata con maggiore attenzione per evitare la formazione di zone franche in cui si dà per scontato il regolare impiego della manodopera e il rispetto ambientale, nonostante la realtà sia drammaticamente altra.

Tra i vari casi da ricordare, accaduti di recente, quello della nota società Straberry di Milano, start-up da 7,5 milioni di euro che, secondo la guardia di finanza, impiegava i lavoratori immigrati per oltre 9 ore al giorno per 4,50 euro l’ora di retribuzione. Si aggiunga che, ai primi di ottobre a Castel Goffredo, nelle campagne lombarde, sono stati trovati 8 braccianti costretti a lavorare nei campi agricoli anche 12 ore al giorno, per pochi euro l’ora. Tutti lavoravano senza alcuna tutela contro gli infortuni e il Covid-19 e senza alcuna garanzia contrattuale.

Al termine degli accertamenti dei carabinieri, in collaborazione coi militari del nucleo ispettorato del lavoro, sono stati denunciati i titolari di due aziende agricole oltre a due “caporali”. Lo stesso è accaduto lo scorso febbraio nel ricco Nord-Est, precisamente nella zona di Cavarzere e nelle province di Padova e Rovigo. Grazie ai carabinieri del Comando tutela del lavoro di Venezia e con il supporto dell’arma territoriale di Venezia, Padova e Rovigo, a conclusione dell’indagine “Miraggio”, si è scoperta l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della manodopera.

Secondo le indagini, infatti, i “caporali” impiegavano 13 lavoratori di origine marocchina nella raccolta dell’uva e potatura dei vigneti, privi dei dispositivi di protezione. Fondamentali per smascherare l’organizzazione sono state le testimonianze di numerosi lavoratori, oltre a servizi specifici di controllo e pedinamento.

Su questa linea si è inserito l’intervento di Jean-Renee Bilongo, responsabile dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, che con la sua relazione ha ricordato l’operazione “Demetra” dell’estate scorsa, condotta tra la Basilicata e la Calabria e che ha visto il coinvolgimento di 14 aziende agricole e di circa 60 persone. Raccapriccianti le intercettazioni lette in sala, coi “padroni” italiani che chiamavano “scimmie” i lavoratori immigrati e davano loro da bere l’acqua del canale con la quale irrigavano i campi.

Secondo il rapporto, inoltre, come ormai da anni, nel settore agricolo (e non solo) alcune aziende sono legate, direttamente o indirettamente, alle mafie e alla loro filiera commerciale e distributiva.

Si legge infatti nel rapporto che “la modalità mafiosa si è intrecciata con quella parte di imprenditoria desiderosa di guadagni facili che sceglie di competere sul mercato attraverso il dumping contrattuale e la concorrenza sleale, scaricando sul lavoratore il contenimento dei costi e l’aumento dei margini di profitto”. Si tratta, dunque, di un sistema sociale e produttivo fondato sulla cancellazione o sullo schiacciamento dei diritti di migliaia di lavoratori e lavoratrici, spesso migranti, con la collaborazione di alcune tra le mafie più pericolose al mondo.

Cresce inoltre la componente femminile della manodopera immigrata che si inserisce all’interno di un mercato del lavoro che norme, procedure e riforme accumulate nel corso degli ultimi decenni hanno fortemente segmentato secondo il genere, la classe sociale di appartenenza e la propria nazionalità.

Una tripartizione che ha trasformato il mercato del lavoro, soprattutto per le donne immigrate impiegate in attività faticose e pericolose, non in uno strumento di emancipazione ma in una gabbia d’acciaio che segrega, secondo la logica propria del sovranismo contemporaneo, sfrutta e mortifica la condizione propria di esseri umani. Non mancano infatti le lavoratrici vittime di ricatti e abusi sessuali condotti da “caporali” e “padroni” secondo una logica di dominio che si manifesta sulla vita, sui corpi, sul futuro e sui bisogni delle donne e delle loro famiglie.

Si rammenta, infatti che le retribuzioni di fatto, per le braccianti, soprattutto se migranti, sono mediamente minori del 30% rispetto a quelle degli uomini, mentre gli orari di lavoro restano identici. Tra le proposte avanzate dalla Flai-Cgil, insieme all’applicazione completa e su tutto il territorio nazionale della legge contro lo sfruttamento (l. 199/2016), è stato proposto un salario minimo di 12 euro l’ora per gli occupati che dovrebbe permettere di ridurre lo sfruttamento e contrastare il ruolo dei “caporali” anche per la mancanza di servizi del lavoro efficaci.

Alla luce di questi contenuti e considerando il dibattito più avanzato sul tema, resta un punto che si considera fondamentale, ossia la necessità di superare il concetto di “caporalato” in favore di quello più coerente con l’organizzazione criminale fondata sullo sfruttamento lavorativo, di “padronato”.

Sono infatti i “padroni”, ossia gli imprenditori criminali e i loro referenti, a dare mandato ai “caporali”, italiani e migranti, per reclutare illecitamente altri uomini e donne, in alcuni casi anche minori, per lavorare come schiavi nelle loro aziende, ottenendone vantaggi di natura economica che, secondo il sesto Rapporto agromafia di Eurispes, ammontavano nel 2018 a circa 25 miliardi di euro l’anno.

Ed ha ragione l’Eurispes quando afferma che quella delle mafie è “una rete criminale che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla sua produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita, con tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito ‘militare’ per vestire il ‘doppiopetto’ e il ‘colletto bianco’, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza, tanto che ormai si può parlare ragionevolmente di mafia 3.0”.

Si deve dunque alzare lo sguardo per riconoscere le ampie e puntuali responsabilità in primis del datore di lavoro criminale. Il “caporale” è infatti il braccio destro di un’imprenditoria “padronale” che viola i diritti, compresi quelli umani, quelli ambientali e degli imprenditori onesti e consapevoli, in favore di un arricchimento estremo, dentro una logica di dominio sugli uomini e sulle donne, spesso considerati “naturalmente” inferiori.

La vulnerabilità dei migranti, il loro sfruttamento e la loro emarginazione, sono così l’espressione o la conseguenza di una vulnerabilità imposta per legge, mediante una retorica xenofoba che è riuscita a mettere radici trasversali nel dibattito politico e sociale italiano, dell’affermazione di interessi milionari e criminali, della promulgazione di politiche e di strategie di costruzione e gestione del consenso degli italiani contro gli “immigrati portatori di criminalità che rubano il lavoro”.

Questa è l’espressione intima di un sistema produttivo e sociale perverso che cerca di affermarsi a prescindere dallo stato di diritto, dall’umanità e dalle esperienze storiche, drammatiche, che anche l’Occidente ha sviluppato nel corso degli ultimi secoli.