Sud Sudan
L’International Crisis Group lancia l’allarme sulla situazione del Sud Sudan. A due anni dallo scoppio della guerra civile nella più giovane nazione africana, a nulla sembra servire l’accordo di pace firmato lo scorso agosto da Salva Kiir e Riek Machar. Tanti…troppi i motivi di discordia e instabilità. I combattimenti continuano, ora anche nell'Equatoria.

Sud Sudan sull’orlo di un’altra guerra. È il titolo del comunicato stampa dell’International Crisis Group (Icg) in occasione del secondo anniversario dello scoppio della guerra civile, alla metà di dicembre del 2013; un serio allarme e nello stesso tempo un forte richiamo alla comunità internazionale affinché riprenda a fare pressione per la realizzazione dell’accordo di pace firmato nello scorso agosto dalle due parti in conflitto, l’ Splm del presidente Salva Kiir, e l’Splm-Io dell’ex vicepresidente, e ora vicepresidente designato dagli accordi di agosto, Riek Machar.

La situazione si aggrava
Non possiamo che sperare che un intervento coordinato della comunità internazionale sia sufficiente a prevenire un’altra crisi. L’autorevole osservatorio sottolinea infatti con particolare preoccupazione l’evoluzione del conflitto. Ora i gruppi armati in campo sarebbero almeno 24, molti dei quali indipendenti dai due contendenti che, tirati per i capelli, hanno firmato l’accordo di agosto. Questi non sono perciò controllati né dall’Splm, che sostiene il governo, né dall’Splm-Io che sostiene l’opposizione, e dunque non sono vincolati dagli accordi.
E mentre i combattimenti continuano, accompagnati da tremende violazioni dei diritti umani, soprattutto nella regione del Nilo Superiore e nello stato di Unity, impensierisce l’aggravarsi della situazione nella regione dell’Equatoria, fino a pochi mesi fa stabile.  Vengono sottolineati anche i ritardi nella realizzazione delle misure previste negli accordi, a causa, dice il comunicato, del vuoto di presenza dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo dei paesi del Corno d’Africa) e degli altri attori che li hanno supportati, come se la pacificazione fosse garantita da una firma.
Una pace di carta, insomma, fa capire l’Icg, come se ne sono già viste parecchie nella regione, con la conseguenza devastante di crisi ricorrenti che destabilizzano l’intera area.

Un rientro sgradito
Le ultime notizie dal Sud Sudan confermano purtroppo le inquietudini. Le pressioni internazionali hanno fatto sì che, dopo settimane di braccio di ferro tra i due contendenti, fossero accolte a Juba 150 persone inviate dall’Splm-Io, parte del team (o il team, non c’è chiarezza e neppure accordo sui numeri e sulla sua composizione), che dovrà preparare il rientro di Machar e la conseguente formazione del previsto governo transitorio che porterà a nuove elezioni e alla chiusura definitiva della crisi. Ma l’accoglienza non è stata calorosa. In particolare, molti interrogativi ha destato l’assenza da Juba del capo di stato maggiore dell’esercito, generale Paul Malong Awan, che non ha mai nascosto la sua ferma contrarietà sia alla firma degli accordi sia al rientro di Machar (e dunque dell’opposizione) nel paese. Voci, impossibili da confermare, dicono che Paul Malong sia ritornato nella capitale solo per espresso ordine del presidente. L’assenza del capo dell’esercito in un’occasione di così grande importanza pratica e simbolica si commenta comunque da sé.

Riorganizzazione che crea discordia
Niente hanno potuto fare, invece, le pressioni internazionali per bloccare la riorganizzazione amministrativa del paese sulla base di 28 stati, invece dei 10 previsti dalla costituzione e sulla base dei quali era stata trattata la divisione dei poteri negli accordi di luglio. Il processo, inaccettabile per l’opposizione, è proseguito fino alla nomina dei 28 governatori che sono stati insediati il 29 dicembre, dopo aver giurato nelle mani del ministro della giustizia e del presidente. Tutto il processo ha avuto un forte appoggio dal consiglio degli anziani dinka (solo quelli dei clan della regione di provenienza del presidente stesso) che in questi ultimi mesi ha, di fatto, supportato (o forse diretto) l’ala intransigente del governo di Juba.

L’Equatoria preoccupa
Per quanto riguarda l’estendersi del conflitto, che invece di sopirsi sembra rinnovarsi, nella regione dell’Equatoria, va registrato l’arresto dell’ex governatore dello stato dell’Equatoria Occidentale, Joseph Bangasi Bakosoro, unico governatore indipendente eletto nelle elezioni del 2010.
Bakosoro era stato sollevato dall’incarico insieme ad altri colleghi alcuni mesi fa ed è stato il primo a proporre un assetto federale per risolvere la crisi del paese, seguito dai suoi colleghi dell’Equatoria centrale e orientale. La sua idea era stata duramente contrastata dal presidente Kiir e dal governo di Juba.
A diversi giorni dall’arresto, la famiglia ha fatto sapere che l’ex governatore sarebbe stato accusato di contatti con gli Arrow Boys, una milizia locale nata per contrapporsi agli attacchi del tristemente famoso gruppo del Lord Resistance Army (Lra) di Joseph Kony che continua a devastare l’area di confine tra il Sud Sudan, la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica centrafricana. Ora sembra che gli Arrow Boys combattano soprattutto l’esercito governativo accusato di soprusi contro la popolazione civile.
L’instabilità in tutto lo stato, e soprattutto nella contea della capitale Yambio, è dunque molto instabile. L’Unhcr, ad esempio, ha denunciato l’attacco del villaggio di Makpandu, dove si trova anche un campo profughi che ospita 3.500 persone che sono dovute fuggire nella foresta per mettersi in salvo. Nei giorni scorsi, poi, miliziani non ancora identificati hanno fatto irruzione perfino nella comunità di Solidarity che gestisce una scuola per insegnanti a Yambio, violando una suora e rubando macchine, computer ed altri beni.
Scontri armati tra l’esercito governativo e milizie locali sono frequenti anche nell’Equatoria orientale, mentre sono in aumento gli attacchi a macchine private e mezzi pubblici sulle strade che si dipartono da Juba, soprattutto su quelle che congiungono la capitale con Yei e Nimule, sul confine ugandese. Il governo accusa gruppi di banditi, ma poi comunica di aver sbaragliato gruppi di miliziani nelle zone dove si sono verificati gli incidenti, di cui spesso rimangono vittime numerose persone.

Alcuni osservatori fanno notare che gli accordi di pace di agosto sono stati essenzialmente una spartizione del potere nel paese fra i dinka di Kiir e i nuer di Machar. Agli altri gruppi etnici (e politici) sono rimaste le briciole. Questo, dicono, potrebbe aver rafforzato la percezione che l’unica via per sedersi al tavolo delle trattative, e rientrare nei giochi del controllo del paese e delle sue risorse, sia quella delle armi.

Nella foto sopra il campo profughi di Bentiu che ospita più di 50.000 persone. (Fonte: AlJazeera)