L'editoriale del numero di dicembre 2011

Le arterie della pace si stanno nuovamente, e pericolosamente, occludendo in Sudan. Un paese avvezzo al progressivo sfacelo. La crisi in Darfur peggiora giorno dopo giorno. Nuovi fronti di guerra si sono aperti, da mesi, in due regioni – il Kordofan Meridionale e il Nilo Azzurro – politicamente parti del Sudan ma confinanti con il Sud Sudan e al centro di una disputa territoriale tra Khartoum e Juba, che da settimane s’incolpano di reciproci tentativi di destabilizzazione.

 

Il Sudan bombarda le aree incriminate. Il Sud Sudan è accusato di finanziare e armare i ribelli del Movimento di liberazione popolare del Sudan-Nord (Splm-N), gruppo legato al Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm), che si è battuto per l’indipendenza del Sud Sudan (ufficializzata il 9 luglio) e che ora governa il neonato stato. Migliaia di sudanesi dell’area del Nilo Azzurro stanno attraversando il confine con l’Etiopia per sfuggire al conflitto. L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur) ha parlato di combattimenti sempre più intensi, visto che «donne, bambini e anziani ci hanno raccontato di essere fuggiti dai bombardamenti degli Antonov» dell’aviazione di Khartoum. Secondo l’Acnur, dall’inizio delle tensioni, in settembre, sono circa 30mila i sudanesi che hanno attraversato la frontiera con l’Etiopia. Ma sarebbero oltre 70mila i civili messi in fuga dai nuovi conflitti scoppiati in Sudan e che hanno chiesto rifugio alle strutture gestite dall’Onu.

 

I vescovi della Conferenza episcopale sudanese si sono dichiarati turbati per il possibile riesplodere di una nuova guerra civile in quelle aree. Oxfam, tra le più accreditate organizzazioni non governative, ha deciso di lasciare le zone di confine. Gli Stati Uniti, preoccupati per l’escalation negativa, hanno proposto una road map per uscire dalla crisi: il ripristino dello stato del Kordofan Occidentale – che aveva cessato di esistere con la firma dell’Accordo globale di pace del 2005 – governato da un uomo di Khartoum. Mentre il Kordofan Meridionale sarebbe passato all’Splm-N. La proposta è stata rapidamente cassata dal presidente sudanese El- Bashir, perché avrebbe portato alla fine del Sudan.

 

Così, come risposta ai bombardamenti e alla chiusura di ogni trattativa, l’Splm-N e altri tre movimenti ribelli attivi in Sudan – il Movimento giustizia e uguaglianza (Jem), e due fazioni del Movimento di liberazione del Sudan (Slm), guidate da Abdel Wahid al-Nur e da Minni Minnawi – il 12 novembre hanno costituito il Fronte rivoluzionario del Sudan (Frs): un’alleanza il cui scopo dichiarato è il rovesciamento («attraverso mezzi politici e militari ») del regime di Khartoum, guidato dal Partito nazionale del congresso (Pnc), e l’insediamento di uno stato democratico.

 

In questo quadro, dalle tinte foschissime, s’innesta il capitolo dei Monti Nuba. A pagina 12 di questo numero di Nigrizia trovate l’appello accorato scritto dai nuba della diaspora e da alcune organizzazioni internazionali che operano in quei territori. Un appello lanciato affinché si fermi il massacro che da mesi si sta compiendo nella regione del Kordofan Meridionale. Un popolo che nella sua storia ha sofferto «innumerevoli invasioni di razziatori di schiavi e una forzata arabizzazione-islamizzazione». Costretto, con la forza, a combattere in guerre che non erano per la difesa del suo territorio. Nonostante tutto, è riuscito a far fronte a condizioni di vita spaventose.

 

L’accordo di pace del 2005 non ha voluto affrontare i destini di questa gente, che nel corso del ventennale conflitto tra nord e sud si è spesa per Juba. E oggi Khartoum si vendica. Reprimendo con la forza e la violenza la voglia di libertà di un intero popolo. Una violenza che passa sotto silenzio. Non raccontata dai media. Come se fossero morti di serie b quelli lasciati per le strade dei Monti Nuba.

 

Per tale ragione, serve una mobilitazione generale, sia a livello internazionale sia da parte delle istituzioni e della società civile italiane, per i nubani. Bisogna impedire lo scoppio definitivo di una guerra civile. Fare pressioni su Khartoum. Bisogna evitare, da subito, il pericolo di un nuovo possibile genocidio.

 


 



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