Polemiche in Costa d’Avorio
La moglie dell’ex presidente ivoriano Laurent, tuttavia, resta in carcere a scontare un’altra pena per accuse legate ad attività contro lo stato. Nel frattempo, la Corte penale internazionale insiste nel reclamare la sua estradizione per le violenze post elettorali 2010-2011.

Il 28 marzo, la signora Simone Gbagbo è stata assolta definitivamente dalla Corte di Assise di Abidjan (capitale economica della Costa d’Avorio), dalle accuse di crimini contro l’umanità per cui era sotto processo. Rimane comunque in carcere perché già condannata a 20 anni in quanto riconosciuta colpevole di atti contro l’autorità dello stato, partecipazione a movimenti d’insurrezione e disordini contro l’ordine pubblico.

L’ex première dame, però, continua a essere richiesta dalla Cpi. Ma sono 5 anni che le autorità ivoriane si rifiutano di eseguire l’estradizione.

Quanto avvenuto in Costa d’Avorio all’indomani delle elezioni del 2010, che avevano visto la vittoria di Alassane Ouattara su Gbagbo, è sempre oggetto di processo all’Aia. Riprendono, infatti, le udienze contro il generale Georges Guiai Bi Poin, il capo del Centro di comando delle operazioni di sicurezza (Cecos) durante la crisi post-elettorale del 2010-2011. Con lui sotto accusa c’è anche l’ex ministro della gioventù, il famoso Charles Blé Goudé, secondo cui il gesto delle autorità giudiziarie ivoriane che hanno assolto Simone celerebbe un tentativo di «manipolazione politica» da parte del governo Ouattara che ricerca gesti di riconciliazione nazionale.

Ma per la Federazione internazionale dei diritti dell’uomo (Midh), la Lega ivoriana dei diritti dell’uomo (Fidh) e altri gruppi di difesa dei diritti dell’uomo in Costa d’Avorio, il processo contro Simone Gbagbo è «ben lungi dagli standard internazionali». Denunciano «un autentico fallimento», augurandosi che questo fallimento costituisca un elettroshock per la giustizia ivoriana.

Queste organizzazioni, che rappresentano 250 vittime della crisi post-elettorale (3mila i morti complessivi), si erano ritirate fin dall’inizio del processo (durato 10 mesi) contro Gbagbo, denunciando da subito la debolezza dell’inchiesta e il fatto che, secondo loro, la moglie dell’ex presidente avrebbe dovuto essere giudicata assieme ai capi della sicurezza ivoriana.

Non dovrebbe, comunque, finire lì. Simone Gabgbo è sempre oggetto di un mandato di arresto per crimini contro l’umanità che la Cpi aveva emesso il 29 febbraio 2012, e che le autorità ivoriane non hanno mai eseguito. Più di 5 anni dopo l’emissione di quel mandato, il procuratore dell’Aia aspetta sempre di vedere comparire in aula la signora Gbagbo.

Nel 2014, il governo di Ouattara aveva tentato di convincere la Cpi a lasciar giudicare Simone Gbagbo dai propri tribunali, ma la domanda era stata rigettata dai giudici all’Aia, affermando allora «che nessuna inchiesta era in corso a livello nazionale», e che le autorità ivoriane non avevano mostrato l’esistenza «di misure concrete, tangibili e progressive di inchiesta». E di nuovo reclamavano l’estradizione della ex première dame.

Dall’apertura dell’inchiesta della Cpi, nell’ottobre 2011, l’Aia continua a ripetere che il dossier delle violenze post elettorali è sempre aperto e che le inchieste riguardano le due parti che si erano affrontate nella crisi, quindi anche i sostenitori di Alassane Ouattara. Sei anni dopo, tuttavia, alcun mandato di arresto è stato lanciato contro il campo Ouattara, dando così della giustizia dell’Aia l’immagine di una giustizia dei vincitori.