Etiopia / La parabola dell’Frdpe
Gli eventi politico-economici degli ultimi anni dicono che sta perdendo colpi il modello di sviluppo autoritario, incentrato sul potere del Fronte rivoluzionario democratico popolare dell’Etiopia. Lo rileva un rapporto di un istituto Usa di studi strategici.

Quando lo scorso 15 febbraio, in un discorso tv alla nazione, il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn ha annunciato di lasciare il suo incarico, ha motivato la decisione come un tentativo di riforma pacifico, dopo anni di violenti disordini e di contrapposizioni tra ampi settori dell’opinione pubblica e la coalizione al potere, diretta dal Fronte rivoluzionario democratico popolare dell’Etiopia (Frdpe).

Le dimissioni di Desalegn, che non hanno precedenti nella storia dell’Etiopia, secondo alcuni osservatori sono il risultato della mancata volontà del governo di affrontare il malcontento di una larga parte degli etiopici, in particolare degli amhara e oromo, i due principali gruppi etnici che da lungo tempo lamentano di non essere rappresentati dal governo. Un malcontento che aumenta di giorno in giorno, nonostante la recente liberazione di più di seimila prigionieri politici, dei quali l’Frdpe aveva sempre negato l’esistenza, oltre alla chiusura del famigerato carcere delle torture di Maekelawi.

La conferma che l’Etiopia non sia pronta a voltare pagina, chiudendo con il suo passato repressivo, è arrivata quattro giorni dopo le dimissioni di Desalegn, quando le autorità hanno imposto lo stato di emergenza di sei mesi, ratificato il 2 marzo con un controverso voto del parlamento. Da quel giorno si sono registrate più di sessanta vittime e il 12 marzo oltre 8mila etiopi sono fuggiti in Kenya, dopo che le forze di sicurezza di Addis Abeba hanno ucciso nove civili nel villaggio di Moyale.

Lotte intestine

Per capire meglio cosa sta succedendo nella seconda nazione più popolosa dell’Africa (dopo la Nigeria), è d’aiuto un nuovo studio pubblicato dall’Africa Center for Strategic Studies (Acss) di Washington. Intitolato I molteplici aspetti della crisi etiope, spiega perché l’attuale situazione non sia più sostenibile.

Gli accesi dissidi per il controllo della direzione politica nella formazione di governo hanno portato alla luce un’aspra lotta di potere all’interno dell’Frdpe e profonde divisioni su come rispondere alla crescente pressione dell’opinione pubblica e alla rivalità etnica, che contrappone la minoranza tigrina al potere alle altre etnie.

Le proteste antigovernative hanno toccato il culmine in seguito a una lunga serie di manifestazioni popolari, cominciate nel 2005, dopo le contestate elezioni nelle quali l’Frdpe ha fatto ricorso a sistemi brutali per reprimere il dissenso. Dopodiché la coalizione di governo, con l’intento di legittimarsi, ha promosso un modello di sviluppo caratterizzato da un forte intervento statale nell’economia. Il tutto accompagnato da un crescente e severo controllo dei media e dell’informazione.

Mano pesante

L’Fdrpe arrivato al governo nel 1991, dopo la fine del regime filomarxista del colonello Menghistu, è riuscito ad arginare l’opposizione per quasi ventiquattro anni. La situazione è precipitata nel 2014, quando gli oromo, il maggior gruppo etnico, hanno iniziato a protestare contro le politiche fondiarie del governo, mentre nelle piazze risuonava lo slogan “la questione della terra è la questione della vita”. Le forze di sicurezza hanno risposto alle proteste, in gran parte pacifiche, con la violenza, causando centinaia di morti e migliaia di arresti. Ciò ha accentuato l’indignazione popolare e infiammato le opposizioni.

Il dissenso è sembrato attenuarsi prima delle elezioni generali del maggio 2015, nelle quali l’Frdpe ha rivendicato la conquista del 100% dei seggi in senato. Ma le proteste degli oromo sono ricominciate su larga scala nel 2016, quando le autorità etiopi hanno tentato di attuare il piano di espansione integrato che mira all’esproprio di terreni nelle aree attorno ad Addis Abeba, appartenenti allo stato regionale di Oromia.

A questa nuova ondata di manifestazioni ha fatto seguito una repressione ancora più massiccia. A quel punto, l’iniziale opposizione all’«occupazione territoriale» è cresciuta fino a includere altri capitoli: la marginalizzazione storica degli oromo, la mancanza di libertà e di opportunità economiche, la richiesta di liberazione di prigionieri politici. L’ultimo giro di vite contro le proteste antigovernative risale al 20 gennaio, quando in occasione della festa dell’epifania copta, le forze dell’ordine si sono scagliate nuovamente sulla popolazione civile provocando altri sette morti. 

Ma le misure repressive non sono riuscite a disinnescare la rabbia della popolazione e l’analisi dell’Acss ritiene che stanno anche rischiando di frenare la rilevante crescita economica e di far implodere il fragile federalismo etnico.

Proteste antigovernative ad Addis Abeba, lo scorso gennaio.