L'ex presidente del Sudan Omar El-Bashir all'interno di una gabbia nel tribunale di Khartoum durante il processo per corruzione

Il Sudan del deposto presidente Omar El-Bashir e del suo partito, il National Congress Party (NCP) nato dal National Islamic Front (NIF) alla fine degli anni Novanta, è sempre stato ai primi posti nelle classifiche dei paesi divorati dalla corruzione.

L’organizzazione Transparency International, presentando il suo rapporto sul Medio Oriente e il Nord Africa per il 2019, attribuisce la mobilitazione che ha finito per far cadere il regime di Khartoum proprio alla rabbia generata dal sistema basato sulla corruzione che si dipanava dal livello politico più alto a quello quotidiano, dell’esercizio dei diritti di cittadinanza e dell’uso dei servizi essenziali.

Un regime che non esitava ad eliminare chi non vi si soggiogava, come dimostra il recente ritrovamento di una fossa comune – con decine di corpi – a sud-est della capitale Khartoum che si sospetta contenga i resti di studenti uccisi nel 1998 mentre tentavano di fuggire dal servizio militare nel campo di addestramento di Al-Eifalon.

Da molti anni i sudanesi erano consapevoli dell’intreccio indissolubile tra il deposto governo islamista del NCP e lo sfruttamento delle risorse del paese per consolidare la sua stessa presa sul potere e per l’arricchimento personale dei suoi leader e delle loro famiglie.

Ne offre una visione approfondita, tra gli altri, il rapporto pubblicato nell’aprile del 2017 dall’organizzazione americana Enought! Project, “Sudan’s Deep State”. Ne esce il quadro di un sistema profondamente radicato e ramificato nelle istituzioni e in diversi gruppi sociali che costituisce ancora adesso un pericolo serio per il nuovo corso del paese. La testimonianza (con voce modificata per proteggerne l’anonimato) raccolta da Nigrizia l’11 giugno a Khartoum ce ne dà un chiaro esempio.

Per questo il comitato incaricato dal consiglio sovrano e dall’attuale governo di smantellare le strutture del passato regime, ha un mandato complesso e globale, ben sintetizzato nel nome stesso Empowerment elimination, anti-corruption, and funds recovery committee, cioè comitato per eliminare dal potere chi aveva avuto posti e vantaggi, per scoprire chi si era arricchito con la corruzione e per recuperare i fondi sottratti al bilancio statale.

Il comitato, formato lo scorso dicembre, sta lavorando alacremente e sta svelando una realtà probabilmente ancor più grave di quella sospettata. 

Il maggior indagato è ovviamente l’ex presidente El-Bashir, insieme ai suoi più fedeli sostenitori e collaboratori e ad alcuni dei suoi familiari, tutti già arrestati nelle settimane successive alla caduta del regime con capi d’accusa legati al ruolo svolto nel colpo di stato che aveva portato al potere il NIF nel 1989, e a reati di corruzione.

Lo scorso dicembre lo stesso El-Bashir è già stato condannato a due anni di reclusione per corruzione. Al momento del suo arresto, durante la perquisizione della sua residenza, furono infatti trovati milioni di euro e di dollari, e miliardi di sterline sudanesi immediatamente restituiti all’erario.

Durante il processo ammise di aver ricevuto 25 milioni di dollari dal principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, evidenemente per rafforzare legami al di fuori dei canali istituzionali legali.

Negli stessi giorni era stata arrestata anche la sua seconda moglie, Widad Babiker, accusata di possedere ricchezze non spiegabili in modo legale, tra cui un terreno edificabile in una zona residenziale di pregio e ingenti somme di denaro. Ma quanto emerso successivamente, e svelato il 9 giugno scorso in una conferenza stampa dal vicepresidente del comitato anticorruzione, Mohamed El Faki, è ancora più grave.

El-Bashir ha ricevuto per anni la somma mensile di 20 milioni di dollari su un conto corrente che, al momento del suo arresto, ne conteneva solo 3 milioni. Ovvie le domande: da dove venivano i fondi e dove sono finiti?

Le risposte non ci sono ancora, ma è chiaro che la loro provenienza non era legale, come il loro flusso verso altri investimenti o verso conti bancari di paesi compiacenti, come del resto si diceva da anni a Khartoum, e come hanno fatto molti altri presidenti, africani ma non solo. Perciò Omar El-Bashir dovrà rispondere in tribunale per aver dilapidato per fini personali i fondi del paese.

Nella stessa conferenza stampa sono stati svelati altri reati finanziari altrettanto gravi a carico di mass media e di compagnie per il trasferimento di denaro, tutti appartenenti a membri eminenti del National Congress Party. I loro fondi venivano illegalmente elargiti ad un lungo elenco di persone, pure presentato in conferenza stampa.

Ma soprattutto, gli uffici di trasferimento di denaro, utilizzati per bypassare le sanzioni americane sul sistema bancario del paese, giocavano sul cambio della sterlina sudanese (Sdg) da molti anni e ora si scopre una diretta responsabilità di membri del partito di governo, nella caduta libera della moneta rispetto al dollaro. Oggi, la differenza tra il cambio ufficiale e quello del mercato parallelo è abissale: 55 Sdg per un dollaro, contro 137. Ma solo una quindicina di anni fa il cambio era stabile: un dollaro valeva circa 3,5 Sdg e non esisteva il mercato nero della valuta.

Il danno provocato all’economia del paese da membri del partito di governo è stato dunque enorme.  Come enorme è la loro responsabilità per il peggioramento della vita quotidiana della gente comune che non era neppure più in grado di comperare il pane. Non a caso la mobilitazione popolare che ha portato alla caduta del regime è iniziata proprio per il raddoppio del prezzo del pane.

Il comitato sta anche lavorando nell’altro settore cruciale per lo smantellamento del sistema di potere dello scorso regime: la sostituzione di dirigenti e funzionari di istituzioni pubbliche non affidabili perché troppo coinvolti nel sistema di corruzione, non solo finanziario, del passato governo.

Nella conferenza stampa del 9 giugno è stato infatti anche annunciato il licenziamento di 651 persone che occupavano posti chiave. Ma già in aprile erano stati rimossi 51 impiegati del ministero delle finanze e 51 del ministero dei giovani e dello sport. Dismessi anche i direttori di istituzioni cruciali per la gestione del territorio, come il dipartimento di urbanistica, l’ufficio per le licenze edilizie e l’autorità che supervisiona la proprietà terriera.

Tra i molti provvedimenti presi nei mesi scorsi, particolare rilievo ha lo scioglimento e la sostituzione dei consigli di amministrazione della Banca Centrale e di undici banche commerciali, oltre a quelli di   numerose istituzioni commerciali governative e paragovernative.

Certamente il lavoro fatto dall’ Empowerment elimination, anti-corruption, and funds recovery committee non è sufficiente a garantire che la transizione ad un nuovo Sudan possa proseguire e consolidarsi. Altri importantissimi passi devono ancora essere fatti, come la riforma dell’esercito, la sostituzione dei governatori militari, nominati dal presidente El-Bashir poche settimane prima della sua destituzione, e la nomina dell’assemblea legislativa.

Provvedimenti che dipendono dalle trattative di pace con i gruppi dell’opposizione armata che si svolgono, ormai da molti mesi, a Juba, capitale del Sud Sudan. Ma il lavoro del comitato è fondamentale per garantire un cambio di passo nella gestione della cosa pubblica del paese. Naturalmente i sudanesi dovranno vigilare perché il suo lavoro non venga vanificato da un altro sistema di potere basato sulla corruzione, purtroppo sempre possibile e non solo in un paese africano.