Il presidente della Somalia Mohamed Abdullahi Mohamed "Farmajo"

La telenovela delle elezioni generali in Somalia si arricchisce di un nuovo, gravissimo episodio. Lo scorso 12 aprile la Camera bassa del parlamento ha approvato la proroga di ben due anni – la metà di una legislatura – di tutte le istituzioni, inclusa la presidenza federale della Repubblica che nel 2017 fu affidata a Mohamed Abdullahi Mohamed, detto formaggio, soprannome poi storpiato in Farmajo.

La decisione è stata adottata col voto favorevole di 149 membri, 3 contrari e 1 astenuto, ma il numero totale dei deputati è di 275, cui si aggiungono i 54 senatori della Camera alta che, invece, ha votato contro la proroga. Nei giorni precedenti erano stati espulsi 15 deputati dell’opposizione ai quali è stato impedito di entrare in parlamento il giorno della votazione, mentre tutti gli altri onorevoli erano assenti, avendo già raggiunto i rispettivi collegi per l’apertura del Ramadan prevista il giorno successivo, 13 aprile.

Regole democratiche violate

La rapida convocazione della seduta è stata dunque un colpo di mano della maggioranza parlamentare, non qualificata, che aumenta la riprovazione per la rottura del tabù di ogni democrazia per il rispetto delle scadenze istituzionali. L’appuntamento elettorale è infatti normalmente stabilito nella Costituzione di ogni paese che aspiri alla democrazia e la sua alterazione richiede le maggioranze per le modifiche costituzionali.

A nulla varrebbe obiettare che in Somalia vige attualmente una Costituzione provvisoria. In primo luogo perché, per quanto provvisoria, la Costituzione esiste; in secondo luogo perché tutti i presidenti della Repubblica federale che hanno preceduto Farmajo l’hanno sempre rispettata e in terzo luogo perché, come l’elezione di Farmajo era avvenuta in seduta congiunta delle due Camere, la proroga non può essere deliberata da una sola di esse, né in sedute separate.

Per di più una simile manipolazione delle regole è stata adottata da un parlamento decaduto sin dal settembre 2020 e quando anche tutte le altre maggiori istituzioni somale avevano visto scadere da tempo il loro mandato: esattamente l’8 febbraio scorso per la presidenza della Repubblica federale.

Si assiste, quindi, ad una torsione autoritaria nel paese del Corno d’Africa, di cui già in precedenza si erano avuti eloquenti segnali. Vi è stata, nell’aprile 2018, la sostituzione con metodi giudicati di dubbia legittimità del presidente del parlamento, Mohamed Osman Jawari, con Mohamed Mursal Sheikh Abdurahman.

Quando Mursal, a sua volta, ha provato a resistere agli ordini di Villa Somalia – come ricorda Abdirizak M. Diis sulle pagine di Hiraan online in questi giorni – è stato privato dei servizi essenziali come acqua ed elettricità, ha perso la scorta ed è stato infine espulso dalle sue abitazioni all’interno di Villa Somalia, dove ha potuto rientrare solo dopo aver accettato di collaborare nuovamente col presidente Farmajo.

D’altra parte è da tempo che non si assiste più sulla stampa, sui social e sulle numerose Tv somale cosiddette “libere” a dibattiti intensi, e a volte infiammati, sulla gestione del potere in Somalia e ciò costituisce una vera e propria anomalia rispetto al recente passato, in cui la satira e la vivacità del dibattito politico erano la regola. Attraverso le nomine governative di editori e direttori si è menomata la libertà di espressione.

Con metodi altrettanto sbrigativi, non disgiunti da violenze e corruttele, sono stati sostituiti i governatori degli stati federati del Galmudug, della Somalia sudoccidentale e dell’Hirshabelle. Altrettanto non è però riuscito a Farmajo con gli stati federati del Puntland, a nord, e del Jubaland, a sud, dove, rispettivamente, Said Abdullahi Deni e Ahmed Madobe hanno resistito strenuamente – per vero con aiuti degli Emirati Arabi Uniti per il Puntland e del Kenya per il Jubaland – ai tentativi di rovesciarli, posti in essere da Farmajo.

Ne è nata una disputa fra i tre che ha portato a ripetuti incontri, dapprima a Dusa Mareb – città della Somalia centrale capoluogo della Regione del Galgudud – e poi a Mogadiscio, senza tuttavia trovare un punto di incontro per le nuove elezioni. La decisione parlamentare del 12 aprile solleva ora il dubbio che l’inconciliabilità tra le posizioni del governo centrale e quelle dei due governi locali sia stata strumentalmente radicalizzata da Farmajo, proprio al fine di giustificare la proroga delle istituzioni.

Tensione con Usa e Ue

Questo traguardo apre però numerosi interrogativi sul futuro del paese del Corno d’Africa. Per primi, gli Stati Uniti hanno duramente reagito. Gregory W. Meeks e Michael McCoul, presidente e membro della Commissione per gli affari esteri della Camera dei deputati americani, hanno espresso «profonda preoccupazione» per la decisione della Camera bassa, rilevando che «questa azione erode il processo di federalismo e mina il perseguimento della democrazia e della stabilità in Somalia».

Quindi la minaccia: «Se l’estensione del mandato va avanti, gli Stati Uniti devono rivalutare l’assistenza e il rapporto con il governo federale della Somalia e considerare l’imposizione di sanzioni contro coloro che ostacolano il processo democratico».

La Comunità europea, dal canto suo, ha affermato che: “in nessun caso potremmo accettare una proroga del mandato del governo o qualsiasi processo parziale, o parallelo, relativo alle elezioni, senza il consenso delle parti dell’accordo elettorale del 17 settembre” ammonendo che questa decisione: “… dividerà la Somalia, imporrà ulteriori ritardi e costituirà una grave minaccia per la pace e la stabilità della Somalia e dei suoi vicini”.

È tuttavia impossibile che Farmajo, che ha vissuto la sua diaspora come docente a Buffalo, sulle rive del Lago Erie, nello stato di New York, negli Usa, non abbia avuto la sensibilità di comprendere quale ferita avrebbe aperto nella comunità internazionale con la scelta della proroga biennale delle cariche istituzionali.

E un sintomo della preordinazione di un cambio di supporto internazionale lo si è riscontrato nella prontissima – troppo pronta secondo alcuni – risposta di Farmajo ai rimproveri ricevuti.

In un comunicato dell’ufficio della presidenza somala, diffuso nella serata del 14 aprile, infatti, si legge tra l’altro: “La federazione non tollera interferenze esterne e minacce su questioni interne delicate che rientrano esclusivamente nell’ambito del popolo somalo. Apprezza il continuo sostegno della comunità internazionale, ma rifiuterà qualsiasi tentativo di utilizzare l’assistenza umanitaria per ricattare il paese e portare avanti la sua agenda”.

Difficile immaginare che una così dura presa di posizione di Farmajo nei confronti di chi, come gli Usa, ha sostenuto la sua candidatura nel 2017, o verso chi, come la Comunità europea, investe molto nella cooperazione verso la Somalia, sia stata adottata senza aver precedentemente steso una rete di protezione.

Non a caso, sulle ultime vicende somale, Pechino ha diffuso a sua volta, anch’essa con straordinaria prontezza reattiva, un comunicato breve ma pieno di allusioni, ove si legge: “La Cina rispetta la sovranità della Somalia, la sua integrità territoriale, la sua indipendenza e dignità politica. Fermamente supporta in Somalia la pace, lo sviluppo e la prosperità e sostiene il principio: ‘Proprietà della Somalia, leadership della Somalia’”.

La “trappola del debito”

Se questa fosse la direzione della virata di Farmajo nella ricerca di appoggi internazionali, dovrebbe ricordare il destino del Montenegro che nel 2014, avendo preso in prestito dalla Cina un miliardo di euro (un quinto del suo Pil) per costruire un’autostrada fra Podgorica e la capitale serba Belgrado, si trova adesso in difficoltà nel restituirlo ed è esposta – dopo che la Comunità europea ha rifiutato in questi giorni di sostituirsi alla Cina come creditore – alla cessione del controllo di alcune porzioni del suo territorio, assicurando a Pechino importanti sbocchi sul Mediterraneo.

Operazioni di questo tipo sono denominate dagli osservatori “trappole del debito” in cui cadono paesi dalle economie fragili. La cessione di sovranità alla Cina è già toccata allo Sri Lanka e sono prossimi a caderci altri paesi africani che hanno accettato negli anni appena trascorsi i “generosi” prestiti cinesi, spesso per realizzare infrastrutture non adeguatamente remunerative.

In passato la Somalia ha già venduto parti del suo territorio, come quando ha permesso di gettare nel suo mare o seppellire nel suo sottosuolo i rifiuti tossici e radioattivi dei paesi occidentali, ma tutto ci si sarebbe aspettati meno che Farmajo, asceso al potere nel 2017 anche col plauso di tutta la popolazione dopo i suoi successi come primo ministro nel 2009, seguisse le orme del warlord Ali Mahdi Muhammad che per soli 8 dollari alla tonnellata (contro i 1.000 a cui i trafficanti vendevano il servizio in Occidente) permise quegli scempi ecologici durante i terribili anni della guerra civile.

E, allora, forse non è un caso che proprio Farmajo, alla morte di Ali Mahdi, avvenuta per Covid-19 a Nairobi circa un mese fa, gli abbia dedicato funerali di stato e tre giorni di lutto nazionale, come fosse un padre della patria e un ispiratore delle sue mosse di questi giorni.

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