Il piano per un’amministrazione internazionale
Un documento non ufficiale, circolato in ambienti diplomatici internazionali, mostra la visione della Farnesina su Mogadiscio: un’amministrazione internazionale su modello iracheno.

fonte International Crisis Group

Sostituire le istituzioni federali con un’amministrazione internazionale di Onu e Unione africana: questa è la proposta informale che la Farnesina, con la consulenza di esperti vicini alle organizzazioni non governative, ha fatto circolare, lo scorso gennaio, tra i rappresentanti diplomatici del Core Group per la Somalia – gruppo ristretto dell’International Contact Group per la Somalia.

Il documento, destinato esclusivamente agli “addetti ai lavori”, è tuttavia trapelato attraverso gli organi di stampa, suscitando la reazione indignata di parte della comunità somala all’estero e in patria. Il quotidiano kenyano Daily Nation targa la proposta come «assurda» mentre, tra gli analisti somali, c’è chi parla di «bizzarra agenda neocoloniale che pone la Somalia sotto amministrazione fiduciaria».

Un modello che ricorda l’autorità guidata da Paul Bremer, imposta sull’Iraq, subito dopo la caduta di Saddam Hussein. Un’amministrazione che, rispetto all’attuale sistema adottato in Somalia, non ha certo mostrato una maggiore trasparenza nella gestione dei fondi e su cui pendono diverse ombre, tanto che, poco prima di lasciare l’Iraq, Bremer si è assicurato di inserire nella legislazione irachena una norma che garantisse l’immunità a tutto il personale, civile e militare, dell’Amministrazione, includendo i contractors.

Secondo la proposta dell’Italia – che sulla Somalia, è bene ricordarlo, ha esercitato un dominio coloniale, prima, un’amministrazione fiduciaria, poi – il Governo federale di transizione (Tfg) andrebbe sostituito dal prossimo 21 agosto con un rappresentante speciale, scelto preferibilmente tra ex capi di stato africani, nominato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e affiancato da un “Core group” composto dai rappresentanti di Stati uniti, Unione europea, Turchia, Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo) e Gcc (Consiglio di cooperazione del Golfo).

Il mandato di questa amministrazione provvisoria dovrebbe protrarsi fino al 31 dicembre 2013. L’utilizzo dei fondi destinati al paese passerebbe attraverso uno stretto controllo dei donatori, mentre un’assemblea costituente – l’ennesima – composta da 100 delegati, si occuperebbe, così, a tempo pieno, di preparare una nuova Costituzione. 
Il documento propone, inoltre, di offrire ai gruppi estremisti islamisti, l’opportunità, «rinunciando al terrorismo internazionale», di aderire al processo, offrendo loro la possibilità di vedersi cancellare le sanzioni a proprio carico.

La popolazione somala non sarebbe pronta, dunque, a gestire il proprio processo di pace, soprattutto dopo i fallimenti collezionati in passato. Sembrano pensarlo i paesi limitrofi, come il Kenya, che ha dato il via, lo scorso ottobre, ad un’operazione militare tesa al controllo delle regioni del Basso e Medio Juba, e l’Etiopia, posizionata con le proprie truppe a Belet Weyne e nelle regioni prossime al confine. Sembrano pensarlo anche i movimenti islamisti di ispirazione salafita con base nella penisola arabica, che, attraverso l’organizzazione estremista di Al Shabaab, hanno esportato il proprio modello di “governance” in un paese che, prima, non conosceva attentatori suicidi. E ancora gli Stati uniti, con le incursioni di droni sul territorio somalo e, infine, l’Italia con quest’ultimo atto.

Intanto la Somalia – non senza colpe – si prepara all’ennesima umiliazione sul piano internazionale. Una bozza di risoluzione al vaglio del Consiglio di sicurezza dell’Onu sta per fornire al Kenya una giustificazione internazionale alla sua presenza nel paese, ponendo le sue truppe sotto l’ombrello della locale missione di pace dell’Unione africana (Amisom). Il testo potrebbe essere presentato oggi, per essere sottoposto al voto il 22 febbraio prossimo, in vista della Conferenza di Londra sulla Somalia, prevista il 23 febbraio.

I soldati al servizio dell’Amisom passerebbero così da 12.000 a 17.700, consentendo anche la partecipazione di Djibouti e Sierra Leone. La risoluzione consentirebbe a Nairobi di “scaricare” parte dei costi dell’invasione sul budget dell’Onu, che salirebbe a 500 milioni di dollari l’anno in spese di equipaggiamento, mentre parte dei salari dei soldati peserebbe, sempre secondo tali ipotesi, su fondi messi a disposizione dall’Unione europea.
Queste, dunque, sarebbero le basi su cui potrebbe aprirsi, la settimana prossima, la Conferenza di Londra. I rappresentanti di organizzazioni internazionali e 40 paesi si riuniranno per decidere il futuro della Somalia, visto l’evidente fallimento del Tfg, in scadenza il 20 agosto.