Le truppe etiopiche, entrate in Somalia nel 2006, si erano ufficialmente ritirate dal paese nel gennaio 2009.
I militari di Addis Abeba entrano in territorio somalo, dopo la recente avanzata degli islamisti. L’Etiopia nega ma molte testimonianze lo confermano. Intanto nei campi profughi al confine con il Kenya 270mila rifugiati somali rischiano la fame.

Le truppe etiopi sono tornate in territorio somalo: diverse testimonianze locali affermano che i militari di Addis Abeba, arrivati con 12 veicoli blindati, sono dispiegati nella città di Kalabeyrka, località strategica per i collegamenti con il sud, il centro e il nord della Somalia. I soldati etiopici starebbero scavando trincee a una ventina di chilometri dal confine etiope, e istituendo blocchi stradali per controllare i veicoli nella zona.

L’Etiopia ha subito smentito la notizia, affermando che non è in corso né previsto nessun intervento militare in territorio somalo. Tesi confermata anche da Mogadiscio. L’esercito etiopico ha soccorso il governo di transizione somalo entrando nel paese nel 2006, per contrastare le corti islamiche. Duramente contestate per le operazioni indiscriminate che hanno causato centinaia di vittime tra i civili, le forze armate di Addis Abeba nuovo presidente, Sharif Ahmed. Nonostante si ostini a negare lo sconfinamento delle sue truppe, l’Etiopia ha lasciato intendere già dal suo ritiro a inizio 2009 che si sarebbe riservata il diritto di intervenire nuovamente in Somalia nel caso si fosse sentita minacciata dall’avanzata degli islamisti. Da gennaio ad oggi ci sono già state diverse segnalazione di spostamenti di truppe etiopiche al confine con la Somalia.

La vasta offensiva lanciata dai miliziani islamisti di Al Shabaab e il gruppo di opposizione Hizb Al Islam, guidato da Sheikh Hassan Dahir Aweys, che hanno ormai il controllo delle città chiave attorno a Mogadiscio, può aver indotto il governo etiopico a prepararsi per un possibile intervento, preoccupato anche dei legami tra  i radicali di Al Shabaab e le forze somale irredentiste della regione dell’Ogaden, nel sud dell’Etiopia. Una posizione preventiva anche in funzione anti-Eritrea, da sempre accusata da Addis Abeba e dalla comunità internazionale di sostenere i ribelli somali.

Gli attacchi di Al Shabaab e degli alleati islamisti hanno causato, dall’inizio dell’offensiva, i primi di maggio, oltre 100 vittime tra i civili e almeno 30mila nuovi sfollati.

Nella capitale le forze governative, con il sostegno delle poche truppe dell’Unione Africana (poco più di 4300 militari burundesi e ugandesi), controllano il quartiere dove vivono il presidente e alcuni ministri; negli altri quartieri gli scontri continuano: la notte scorsa ci sono state almeno 3 vittime tra i civili, tra di loro anche un bambino. La situazione rischia di aggravarsi, ma il governo di transizione cerca di contenere l’allarmismo e, con il sostegno dell’Unione Africana, rassicura sulla tenuta della capitale. Intanto oggi ministri degli Esteri dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), riuniti per un incontro straordinario ad Addis Abeba  dedicato alla crisi in Somalia, hanno chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di bloccare ogni spostamento navale e aereo in Somalia e di adottare sanzioni contro l’Eritrea. Isayas Afeworki, presidente eritreo, ha risposto chiedendo il ritiro delle truppe dell’Unione africana del territorio somalo.

Intanto il continuo afflusso di sfollati rende impossibile il lavoro delle ong nei campi profughi, che chiedono l’aiuto economico della comunità internazionale. Proprio in questi giorni le organizzazioni che operano sul posto hanno denunciato la drammatica carenza di viveri, acqua e medicinali nei campi profughi al confine con il Kenya: oltre 270mila rifugiati somali  rischiano la fame, e stanno considerando di rientrare nelle zone di conflitto. Proprio questa settimana la commissione europea ha annunciato uno stanziamento di 54 milioni di euro per aiuti umanitari “alle popolazioni vulnerabili” dei cinque paesi del corno d’africa, Somalia, Etiopia, Eritrea, Kenya e Uganda, confermando un “piano globale” umanitario di 13 milioni di euro per la Somalia, come già annunciato a fine aprile a una conferenza internazionale dei donatori.