Il paese è senza governo dal 1992
Sheik Sharif Ahmed è il nuovo presidente della Somalia, si confronta con una drammatica situazione umanitaria e un complesso panorama politico. Il commercio di armi continua nonostante l’embargo, nessun controllo nemmeno sugli aiuti economici che arrivano dall’estero.

Le truppe etipioche se ne vanno e lasciano una Somalia profondamente cambiata. Il grande movimento islamico che ha portato nel 2006 il paese alla pace per la prima volta dopo 17 anni di guerra civile, non esiste più. La grande alleanza tra i due principali sotto clan appartenenti agli Hawiye, gli Abgal (presenti in forze a Mogadiscio) e gli Haberghedir (forti nel centro del paese), sembra ormai essere solo un ricordo lontano, mentre le divisioni lacerano gli stessi sotto clan in lotta per il controllo del centro e del sud della Somalia. Questo è lo scenario che il nuovo presidente Sheik Sharif Ahmed, del sotto clan Abgal, dovrà affrontare nel corso del proprio mandato. Già presidente dell’Unione delle Corti Islamiche, esponente moderato dell’opposizione islamista, Ahmed succede al presidente Abdullahi Yusuf, appartenente al clan Darod, dimessosi lo scorso 29 dicembre dopo uno scontro istituzionale dovuto proprio all’accordo che ha portato all’inclusione in parlamento del movimento islamico moderato: l’Alleanza per la Riliberazione della Somalia (Ars).

Il nuovo parlamento somalo integrato dei 200 deputati appartenenti all’Ars e 75 della società civile, ha eletto Ahmed alla presidenza lo scorso 30 gennaio a Gibuti, nella speranza di poter arginare il dilagare dei miliziani radicali riuniti sotto la sigla di Al Shabaab, per lo più appartenenti al sotto clan degli Haberghedir. Unanime è stato il plauso della comunità internazionale, ma potrebbe essere troppo tardi. Baidoa, sede del parlamento, è infatti già stata conquistata dagli Al Shabaab appena pochi giorni prima dell’elezione del nuovo presidente, mentre il governo di transizione mantiene il solo controllo della capitale, Mogadiscio.

Mentre Ahmed si trova ad Addis Abeba, all’incontro con gli altri capi di stato africani, in visita agli ex nemici etiopici, i miliziani islamisti radicali, ormai alle porte della capitale, giurano vendetta contro colui che definiscono un “traditore” e indicono una manifestazione anti governativa proprio a Baidoa.

L’interesse della comunità internazionale nei confronti della Somalia, nonostante i tentativi di pacificazione, sembra aver portato solo a nuove involuzioni della crisi umanitaria. Prosegue infatti senza sosta il commercio di armi nel paese, sotto embargo dal 1992. Secondo l’ultimo rapporto del gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite, il principale sostenitore dei gruppi di opposizione al governo di transizione rimane l’Eritrea, con flussi di finanziamento stimati tra i 200 e i 500 mila dollari al mese, solo nei confronti dei gruppi dell’opposizione islamista. Il sostegno della comunità internazionale nei confronti del Governo di Transizione ha equipaggiato, armato ed addestrato circa 17 mila uomini, in vista della formazione di corpi di polizia ed esercito. Di questi circa 14 mila hanno disertato portando con sé le forniture militari. L’ufficio delle Nazioni Unite stima inoltre che siano decine i milioni di dollari ricevuti dai paesi donatori dirottati verso le forze di polizia e le milizie della regione semiautonoma del Puntland, senza contare la quasi totale assenza di controlli nei confronti dei fondi sotto il controllo di ciò che dovrebbe essere una Banca Centrale e un Ministero delle Finanze, completamente in balìa dell’arbitrio di alti funzionari e loro alleati.

Secondo il rapporto il governo etiopico nell’ultimo anno avrebbe anche finanziato, addestrato e armato numerosi gruppi di miliziani nella regione meridionale di confine di Gedo, per combattere i gruppi di islamisti radicali. Sarebbe stata proprio quest’ultima azione ad aver destabilizzato l’area portando gli scontri tra clan locali anche oltre confine, nel vicino Kenya.

L’organizzazione Human Rights Watch ha accusato gli Stati Uniti di aver sottovalutato la complessità dello scenario somalo riducendolo a semplice campo di battaglia nella lotta al terrorismo, coprendo gli abusi del governo di transizione e dell’esercito etiopico nel paese. Ogni giorno è più oscuro il futuro della Somalia, sempre più simile ad una polveriera pronta ad esplodere.

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“Somalia: nuovo accordo”, 27/11/2008