Durante i lockdown nel continente africano il conflitto in Libia non si è mai fermato. Anzi ha conosciuto un escalation e alcuni ordigni hanno pure colpito l’ospedale di Tripoli che si occupava proprio delle emergenze Covid. Una guerra per procura in cui sono coinvolti molto attori internazionali attenti al petrolio, al gas, alla minaccia dei migranti che non hanno cessato di tentare la rotta libica e alla ricostruzione post-guerra.

Dalla Turchia e il Qatar in difesa di Tripoli alla Russia e all’Egitto a sostegno di Bengasi. Passando da quel che rimane di un Unione Europea quanto mai divisa e incerta nelle sue mosse diplomatiche che ben poco hanno risolto per dare una svolta alla crisi. Quella terra fa gola a troppi interessi e per lungo tempo è stata divisa in tre zone strategiche: Cirenaica, Tripolitania e Fezzan.

In questi ultimi giorni uno spiraglio di pace si sta aprendo: quel conflitto che sembrava interminabile tra il governo di accordo nazionale della Libia del premier al-Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale e con sede a Tripoli, e l’Esercito di liberazione nazionale libico del generale Haftar con base nella Cirenaica, la regione orientale, sembra smorzarsi.

Anche perché l’Egitto del presidente al-Sisi spinge con forza per la riapertura dei pozzi di petrolio, bloccati da mesi dal generale Haftar, così determinanti per la sua economia. Siamo ad un passo dalla realizzazione del sogno di pace di papa Francesco espresso in preghiera nell’Angelus del 14 giugno scorso. 

Venerdì scorso è stato siglato un accordo tra il premier Fayez al-Serraj e il presidente del parlamento di Tobruk, in esilio dal 2014, Aguila Saleh. Un passo in avanti importante per fermare un conflitto che si stava concentrando nelle ultime settimane attorno alle due città strategiche, per petrolio e gestione delle rotte migratorie, di Sirte e Al Jufra. Nessuna delle parti in causa ha potuto prenderne pieno controllo al punto che una tregua sembra l’ipotesi più probabile. Con in vista una spartizione del territorio libico per aree di interesse.

Ma quel che sorprende è che il generale Haftar, uomo forte della zona orientale, con sede a Bengasi, e sostenuto anche non troppo di nascosto da Francia e Stati Uniti, sembra stato tagliato fuori dai negoziati. Indebolito negli ultimi due mesi dall’avanzata dell’esercito di al-Serraj trainato dalla potenza militare turca, il generale sembra essere messo alle strette anche da quel parlamento di Tobruk di cui rappresentava il braccio armato. Per questo ha reagito prontamente mettendo in discussione il cessate il fuoco e dimostrando che non si é ancora dato per vinto.

Gli equilibri si stanno ridisegnando, la crisi politica tra il generale Haftar e il suo sostegno politico orientale è sotto gli occhi di tutti, il controllo del petrolio libico si aggiorna repentinamente di settimana in settimana sullo scacchiere di questa terra contesa.

Nigrizia ha chiesto al prof. Antonio Morone dell’Università di Pavia, di ricostruire questo scenario.