AL-KANTARA – FEBBRAIO 2020
Mostafa El Ayoubi

La crisi tra Usa e Iran, che dura ormai da oltre 40 anni, non sembra avere limiti. L’eliminazione del generale Qassem Soleimani ad opera degli americani, avvenuta il 2 gennaio scorso nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, ha ulteriormente inasprito lo scontro tra questi due Paesi. È la prima volta che gli Usa, con un’operazione militare mirata, hanno deliberatamente assassinato un esponente di spicco dello Stato iraniano, un potenziale futuro presidente della repubblica islamica.

Il generale Soleimani – considerato un terrorista da Washington – in realtà fu determinante nella sconfitta di Daesh sia in Siria che in Iraq. Era a capo della brigata chiamata al Quds (Gerusalemme) che fa parte dell’esercito iraniano (la guardia rivoluzionaria). Si tratta di una fazione militare che opera prevalentemente in Medio Oriente nel quadro di quello che viene chiamato Mihwar al muqawama, ovvero l’asse di resistenza: in Siria sostiene l’esercito governativo; in Iraq collabora con le forze armate e le milizie sciite del Hashd al-Shaabi (mobilitazione popolare) il cui vice comandante Abu Mahdi al-Muhandis è stato ucciso nello stesso attentato; assiste il movimento sciita Hezbollah in Libano, e Hamas e altre organizzazioni sunnite in Palestina.

Da tutto ciò si capisce il motivo per il quale è stato assassinato Soleimani. Era il trait d’union tra l’Iran e gli Stati e i movimenti che contestano l’egemonia occidentale in Medio Oriente e difendono la causa palestinese. Milioni di iraniani sono scesi in piazza per denunciare la sua uccisione. Da molti, oggi, è considerato un grande martire da vendicare.    

Diversi osservatori hanno considerato l’attentato contro Soleimani come un preludio ad una nuova guerra di portata mondiale. Si temeva una reazione militare spropositata da parte degli iraniani, alla quale avrebbero risposto con altrettanta violenza gli americani a loro volta, trascinando così – direttamente o indirettamente – i Paesi arabi, Israele, l’Europa, il Pakistan, l’Afghanistan, la Russia e altri Paesi ancora in una guerra globale devastante.

I falchi che hanno consigliato al presidente americano Trump di ordinare l’attacco non hanno preso minimamente in considerazione l’ipotesi che quel gesto scellerato potesse essere disastroso per tutti, compresi gli stessi americani. Sono circa 48 mila i soldati Usa presenti in Medio Oriente, più 14 mila in Afghanistan secondo il Washington Post (Where U.S. troops are in the Middle East and Afghanistan, visualized, 04/01/2020): tutti potenziali bersagli dei missili iraniani.

Questa nuova avventura della Casa Bianca dimostra ancora una volta che l’establishment statunitense, da circa vent’anni, naviga a vista nella sua politica estera, senza una strategia chiara, e ciò ha gradualmente eroso la sua egemonia militare in giro per il mondo: dalla prima guerra in Iraq (1991), fino a quelle ancora in atto in Siria e nello Yemen, gli Usa hanno sempre clamorosamente fallito militarmente i loro obiettivi.

E chi ci ha guadagnato? L’Iran. E senza fare guerre a nessun Paese al mondo. Anzi, la subì tra il 1980 e il 1988. Fu una guerra per procura che gli Usa/Nato affidarono a Saddam Hussein per colpire l’establishment degli Ayatollah che mise fine all’egemonia americana sull’Iran. Oggi questo Paese condiziona la vita politica in Iraq; ha contribuito, militarmente e diplomaticamente, assieme alla Russia, ad impedire la caduta di Damasco in mano alla Nato e sostiene il movimento degli Houti nello Yemen  che da cinque anni resiste all’offensiva militare dei sauditi sotto la regia degli americani.

La risposta degli ayatollah iraniani alla mossa militare degli Usa è stata molto ponderata ed ha evitato il peggio. Senza provocare perdite umane – vi sono state decine di soldati che hanno subito dei traumi in seguito agli attacchi, ha ammesso in seguito il Pentagono, ma nessun morto a quanto pare – i missili hanno colpito due delle più importanti basi militari Usa in Iraq: una ad Ain al Assad e l’altra ad Irbil, dove operavano anche soldati iracheni. Le autorità iraniane avevano preavvertito dell’imminente attacco il governo iracheno e quindi, indirettamente, anche quello americano. Motivo per il quale al momento dell’attacco iraniano la notte tra il 7 e l’8 gennaio le caserme suindicate erano evacuate.  

Ciò significa che Trump ha negoziato i termini della contromossa militare iraniana? Non è dato saperlo. Ma il fatto che nessun americano sia morto in questo scontro segna un punto a favore di Trump in termini di propaganda elettorale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. L’elettorato conservatore statunitense potrebbe interpretarla così: “Trump ha dato una lezione agli iraniani senza sacrificare nessuno di noi e senza entrare in guerra diretta, diversamente da quanto fecero i suoi ultimi quattro predecessori: Bush, Clinton, Bush junior e Obama”.

Gli americani non vogliono più che i loro figli vadano a farsi ammazzare in guerra in giro per il mondo. E Trump, prima di diventare presidente, condivideva questa idea, ma poi ha ceduto alla pressione dei poteri forti che lo hanno obbligato a non ritirare i propri soldati dalle zone che gli Usa occupano illegittimamente. Dopo la controffensiva iraniana, Trump ha dichiarato di essere pronto a mandare in Iraq 3500 soldati stazionati in basi militari italiane.

Ad ogni modo, l’assassinio prima di Abu Bakr al-Baghdadi, capo di Daesh, l’ottobre scorso e poi di Soleimani, che la Casa Bianca considera anche egli un terrorista, è un elemento che rafforza le chance di Trump di essere rieletto per un secondo mandato. Ma in termini di immagine, gli Usa, ad oggi prima potenza militare, hanno subito un colpo duro.

Gli iraniani, attaccando quelle due basi americane, hanno dimostrato che sono in grado di ripetere l’operazione anche in altre postazioni Usa in Medio Oriente (e anche in Afghanistan e altrove) e che il sistema di difesa antimissile di cui si vanta Washington non è efficace: nessuno dei 13 missili iraniani lanciati contro le due basi è stato intercettato prima che raggiungesse l’obiettivo.

Oggi il Pentagono è in grande difficoltà. In tal senso occorre anche ricordare che il 31 dicembre scorso l’ambasciata americana nella nota Zona verde a Baghdad è stata evacuata in fretta e furia dopo essere stata assalita da manifestanti iracheni sciiti pro Teheran. Inoltre il 5 gennaio il parlamento iracheno ha votato una mozione che chiede il ritiro totale delle truppe americane presenti nel Paese, circa 6 mila soldati. Non hanno partecipato al voto i deputati della minoranza sunnita e di quella curda, notoriamente filo americane.

Questa faccenda dell’eliminazione del generale Soleimani potrebbe costringere gli Usa – considerati come il principale fattore di destabilizzazione della Regione – ad uscire dall’Iraq (dove è avvenuto l’attentato) ma anche dal resto del Medio Oriente, come auspicato dalla maggioranza dei popoli arabi mediorientali.  

Crisi tra Iran-Usa
La prima spettacolare crisi fra i due paesi risale al novembre del 1979 con il sequestro di 52 dipendenti dell’ambasciata americana che furono liberati solo 14 mesi dopo. Quel sequestro servì al neonato regime per legittimarsi davanti al mondo.