Una lettera pastorale dei vescovi cattolici sud sudanesi, resa pubblica il 15 settembre, ha riportato l’attenzione sulla diffusa violenza che devasta il paese. Nel documento si legge, tra l’altro: “Siamo preoccupati per il disprezzo per la vita umana nel nostro paese… Insistiamo che la vita di tutti gli uomini è sacra… Ci appelliamo per una soluzione non violenta di tutti i conflitti”. Mentre il titolo, A call to ‘servant leadership’ in our nation (Una chiamata per la ‘leadership al servizio’ nel nostro paese), non lascia margini di dubbio sull’attribuzione delle responsabilità per la gravissima situazione denunciata.

Nella parte iniziale della missiva sono elencati alcuni tra i numerosi episodi in cui la Chiesa stessa è stata attaccata negli ultimi anni. Una scia di atti vergognosi – “shamful acts” scrivono i vescovi – in cui si sono verificati danni ai beni della Chiesa e soprattutto vittime tra i religiosi e i fedeli. Atti intimidatori, dice la lettera più avanti, che i vescovi respingono fermamente.

Gli ultimi clamorosi atti criminali sono ancora presenti nella memoria di tutti: l’attentato al vescovo eletto di Rumbek, padre Christian Carlassare, e l’assassinio a sangue freddo di suor Mary Daniel Abbud e suor Regina Roba, due religiose della congregazione locale del Sacro Cuore di Gesù. L’autobus sul quale viaggiavano è stato attaccato lo scorso 16 agosto sulla strada che collega Juba a Nimule, sul confine sudanese, nello stato dell’Equatoria centrale.

I colpevoli non sono stati ancora assicurati alla giustizia. I vescovi usano parole durissime: “Chiediamo che i killer siano individuati… rifiutiamo la definizione di ‘uomini armati non identificati’; la comunità locale di solito sa esattamente di chi si tratta ma si permette ai colpevoli di scappare impuniti”.

Un’accusa precisa che non riguarda però la comunità locale ma chi non ascolta la sua testimonianza, e quella degli stessi presenti agli episodi criminali. Secondo il sito di notizie cattoliche cruxnow.com, i superstiti avrebbero assicurato che gli assalitori parlavano denka e arabo, e vestivano uniformi militari, cosa che li identificava in modo inequivocabile come soldati dell’esercito governativo.

Sullo stesso autobus preso d’assalto da “uomini armati non identificati” viaggiava anche la superiora della congregazione, suor Alice Jurugo Drajea, che ha rilasciato allo stesso sito un’interessante ricostruzione dei fatti.

Le due suore, ha detto, non sono state colpite durante una sparatoria, ma sono state inseguite mentre cercavano di mettersi in salvo e assassinate in quanto riconosciute come religiose, cosa che non era mai successa in tutti gli oltre cinque anni di conflitto nel paese.

Suor Alice collega l’episodio alle dichiarazioni che il presidente Salva Kiir aveva rilasciato il giorno precedente, durante le celebrazioni per il centenario della nascita della congregazione a Loa, nell’Equatoria Centrale, vicino al confine con l’Uganda, da dove l’autobus attaccato proveniva.

Kiir, presente alla cerimonia con uno dei suoi vice, James Wani, originario della regione, aveva chiesto alla popolazione, fuggita in Uganda durante la guerra civile, di far ritorno a casa perché ormai era tornata la pace. Nell’occasione l’arcivescovo di Juba, monsignor Stephen Ameyu Martin Mulla, aveva anche annunciato la nomina di un parroco per la zona.

Era dunque un richiamo alla ripresa della normalità dopo gli anni del conflitto che aveva spopolato la regione, una delle zone agricole più importanti del paese. L’assassinio a sangue freddo delle due religiose mandava indubbiamente un messaggio contrastante. Ѐ lecito perciò chiedersi a chi poteva giovare. E suor Alice risponde. Ora tutta la regione è occupata da pastori con mandrie di innumerevoli capi di bovini che, nel caso gli autoctoni tornassero, dovrebbero rientrare nelle regioni di provenienza.

Il fatto che i soldati denka dell’esercito governativo fossero accompagnati dalle loro mandrie che pascolavano sui terreni di regioni di cui non erano originari, era stato più volte denunciato come fattore critico per la stabilità del paese e aveva fatto dire ad alcuni esperti che la guerra civile era da interpretare come una guerra di espansione denka.

Gli scontri con la popolazione locale erano sanguinosi e frequenti. Fin dai primi mesi del conflitto tratti della strada per Nimule erano affiancati da poverissimi ripari di popolazione locale sfollata, cacciata dai villaggi dalle mandrie dei militari denka. Il governo aveva chiesto a più riprese che i denka portassero il loro bestiame nelle regioni di provenienza, ma non era mai intervenuto per far applicare la disposizione.

Sta di fatto che l’assassinio delle suore era stato immediatamente attribuito dal presidente Kiir ai gruppi ribelli che agiscono nella zona (i cui miliziani provengono dalle etnie locali e non conoscono né il denka né l’arabo) che lo avevano fermamente negato. Aveva dichiarato che era un segno preciso della mancanza di interesse per la pace e aveva ritirato la delegazione governativa dai negoziati che si svolgevano a Roma, facilitati dalla comunità di sant’Egidio per conto del Vaticano.

A questo proposito i vescovi non usano mezzi termini: “Rigettiamo i tentativi di usare la tragedia per far naufragare il processo di pace”. Anzi, chiedono di essere coinvolti maggiormente nelle trattative.

La lettera pastorale ricorda anche altri problemi che gravano sul futuro del paese. La pandemia, la crisi umanitaria, le restrizione allo spazio di azione della società civile. Un particolare accenno è fatto anche alle questioni ambientali e alla crisi climatica per cui si chiede uno sforzo del governo per proteggere la natura come creazione di Dio.

Ѐ una lettera pastorale complessa e coraggiosa, in linea con le posizioni della Chiesa cattolica, anzi delle Chiese cristiane coordinate nel South Sudan Council of Churches, che ha sempre stimolato un aperto dibattito sull’ormai annosa crisi del paese.

 

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