Situazione umanitaria allo stremo
Più di 900 mila gli sfollati interni; quasi 300mila i rifugiati nei paesi vicini;150mila persone si trovano in zone non raggiungibili per mancanza di strade o per scontri armati. E sta per arrivare la stagione delle piogge, che renderà inaccessibili altre aree del paese. La popolazione è stremata dal conflitto e dalla fame.

Dopo 4  mesi e mezzo dall’inizio della crisi, la situazione in Sud Sudan è talmente grave che il 29 aprile il più alto funzionario delle Nazioni Unite nel paese, Toby Lanzer, ha chiesto alle due parti in conflitto di rispettare un mese di tregua in maggio, in modo da permettere l’arrivo dei soccorsi a una parte rilevante della  popolazione sudsudanese presa tra due fuochi e ormai stremata.

Secondo il rapporto Unocha (l’agenzia delle Nazioni Unite per il coordinamento degli interventi umanitari) del 28 aprile, quattro mesi di combattimenti – che nell’ultimo mese sono stati particolarmente diffusi e cruenti – hanno prodotto 923.000 sfollati interni e 293.000 rifugiati nei paesi confinanti (Uganda, Etiopia, Sudan e Kenya, soprattutto). Il 16% degli sfollati, cioè poco meno di 150.000 persone, si trova in zone non raggiungibili per mancanza di strade o per scontri armati  che rendono insicure quelle poche esistenti. Ad esempio, nello stato di Unità, il più colpito dalla crisi, stime di Ocha dicono che circa il 50% della popolazione è sfollata mentre 6 delle 9 contee sono attualmente irraggiungibili, e dunque la popolazione è senza soccorso. E la stagione delle piogge, ormai vicina, aggraverà di molto la già gravissima situazione, rendendo impercorribili per mesi gran parte delle vie di comunicazione del paese, soprattutto negli stati settentrionali, per via della conformazione del loro territorio, che sono quelli più colpiti dalla crisi.

Da settimane ormai le diverse agenzie dell’Onu diffondono previsioni drammatiche. Il World Food Programme, l’agenzia dell’Onu competente per il monitoraggio della sicurezza alimentare e la distribuzione degli aiuti, dichiara che nel paese si prepara una carestia dalle proporzioni simili solo a quella, tremenda e indimenticabile, degli anni Ottanta, mentre l’Unicef stima in 50.000 i bambini che potrebbero morire di stenti nei prossimi mesi se non sarà possibile portare gli aiuti necessari.

Ma i due belligeranti sembrano essere ben poco interessati al drammatico evolversi della situazione per la popolazione civile. I convogli del Wfp sono spesso rallentati da procedure burocratiche mai concluse, dalle richieste di “diritti” di passaggio ai numerosi posto di blocco, quando non vengono addirittura attaccati. L’ultimo episodio ad essere riportato, il 25 aprile, riguarda l’attacco ad un convoglio di chiatte, che navigando lungo il Nilo, avrebbe dovuto raggiungere Malakal, capitale del Nilo Superiore, per rifornire la base della missione di pace che, dallo scorso dicembre, ospita migliaia di civili che vi hanno chiesto rifugio dai combattimenti, e dalle stragi, che hanno insanguinato la città.

La situazione di inagibilità di gran parte del territorio degli stati settentrionali rende impossibile anche le normali operazioni umanitarie di soccorso agli oltre 200.000 rifugiati sudanesi, in fuga dai conflitti in Sud Kordofan e Nilo Azzurro, due degli stati del Sudan, dove, dal 2011, è in atto un durissimo conflitto tra il governo di Khartoum e l’opposizione armata dell’Splm-n. Il primo maggio l’Acnur (l’agenzia dell’Onu competente per i rifugiati) ha dichiarato che i rifornimenti per i circa 80.000 rifugiati nuba ospitati nei campi di Yida e Adjoung Thok, nella contea di Panriang dello stato di Unità, sono fermi per la chiusura delle strade di accesso da diverse settimane e questo costringe ad una riduzione delle operazioni di soccorso, anche di quelle più necessarie alla salvaguardia di vite umane.  Nella contea di Maban, nel Nilo Superiore, dove si trovano circa 120.000 rifugiati dal Nilo Azzurro, la fame è imminente. Nostri contatti raccontano che, in parecchie zone ormai, gli aiuti alimentari possono arrivare solo se paracadutati, e dunque sono assolutamente insufficienti a soddisfare i bisogni dei rifugiati e della popolazione locale stessa, aggiungendo motivi di tensione a quelli già esistenti per via del carico troppo pesante che i rifugiati rappresentano per l’uso delle risorse naturali del territorio, acqua e legna da ardere in particolare.

In Sud Sudan la situazione è dunque davvero drammatica, ma, finora, gli appelli numerosi e pressanti, a trovare una soluzione che metta fine al conflitto sono caduti praticamente nel vuoto.