Massacri a Jonglei
Ancora violenze in Sud Sudan, dove, domenica, gruppi armati appartenenti a tribù opposte si sono scontrati causando 102 morti e 46 feriti. Crescono le tensioni tra nord e sud, in vista delle elezioni presidenziali del 2010 e il referendum per l’indipendenza del 2011.

È stato un vero e proprio massacro, quello che si è consumato nello stato di Jonglei, nel Sud Sudan, nel fine settimana. Per il momento ammonta a 102 morti e 46 feriti il bilancio delle vittime negli scontri che hanno visto opporsi due diverse tribù nella regione al confine con l’Etiopia. A riferirlo è stato il generale Kuol Diem Kuol, portavoce dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan (ex guerriglia diventata oggi l’esercito del Sud). Membri della tribù Lou Nuer hanno attaccato il villaggio di Duk Padiet, uccidendo 51 civili e 28 soldati. Tra i morti figurerebbero anche 23 degli aggressori, che, attaccando il villaggio, abitato dalla rivale tribù dei Dinka Hol, hanno travolto le truppe che si trovavano di guardia all’insediamento. Secondo i militari, l’attacco sarebbe opera dello stesso gruppo che, lo scorso mese, ha attaccato il villaggio di Wernyol, sempre nello stato di Jonglei, provocando 40 morti e 64 feriti.

Da giugno sono morte oltre 2000 persone, mentre 1 milione e 200mila sudsudanesi dipendono degli aiuti del Programma alimentare mondiale. Secondo l’Onu il bilancio delle violenze sarebbe ormai più grave di quello della regione occidentale del Darfur, dove dal 2003 si scontrano gruppi ribelli e militari di Khartoum. Non si scioglie, dunque, la tensione tra le comunità locali del sud, impegnate in dispute per il controllo dei pascoli e del bestiame. L’episodio alimenta così il già teso clima tra Khartoum e Juba, che accusa il nord di armare le tribù con lo scopo di screditare, agli occhi della comunità internazionale, il governo del sud.

La pace torna ad essere a rischio nel paese. Nonostante l’censimento  della popolazione pubblicato lo scorso 21 maggio.

A tutto ciò si aggiungono le dispute relative all’equa suddivisione tra Nord e Sud, dei proventi derivanti dal petrolio, come stabilito dagli Accordi del 2005. Ci pensa infatti un rapporto dell’organizzazione non governativa Global Witness a gettare benzina sul fuoco, denunciando discrepanze nei dati relativi alle esportazioni di greggio pari al 10% della produzione totale. Un cifra vicina al 600 milioni di dollari in quattro anni.