Intanto l’Onu approva l’invio di altri 5200 militari in Darfur
Una delle principali voci dell’islam radicale nel paese, Turabi è stato arrestato per aver chiesto al presidente Bashir di dichiararsi colpevole del genocidio in Darfur. La Corte Penale dell’Aja deciderà a breve se incriminare Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità.

È in carcere dal 14 gennaio il leader del partito popolare islamico sudanese, Hassan al-Turabi, 76 anni, arrestato dalla polizia dopo aver esortato il presidente Omar al-Bashir a costituirsi e affrontare le accuse di aver commesso crimini di guerra, presentate alla Corte penale dell’Aja, e sulle quali la Corte dovrà esprimersi a breve. Il suo segretario ha raccontato che una ventina di uomini sono entrati nell’ufficio di Turabi per portarlo via, assieme ad un altro esponente del suo partito. Entrambi dovrebbero trovarsi ora detenuti nel centro dell’intelligence sudanese, ma la famiglia di Turabi denuncia di non avere sue notizie dal momento dell’arresto e di temere molto per il suo stato di salute.

“Riteniamo il presidente colpevole. Dovrebbe assumersi le proprie responsabilità per tutto ciò che è stato fatto in Darfur”, aveva infatti affermato pubblicamente Turabi, poco prima di venire arrestato. Turabi è considerato un teologo del regime islamico, si è battuto per l’applicazione della shaaria nel paese ed è stato tra i sostenitori di al Bashir al momento della sua salita al potere. Ricoprì la carica di presidente del Parlamento dal 1996 al marzo 2004, quando venne arrestato per ordine di al Bashir, e rilasciato solo nel 2005.

Il suo nuovo arresto dimostra quanto il regime sia timoroso di perdere consenso, di come la situazione politica sudanese sia complessa e segnata da spaccature. La decisione della Corte dell’Aja sulla richiesta del procuratore Luis Moreno Ocampo di incriminare Bashir per il genocidio in corso in Darfur è attesa a giorni. Il presidente sudanese è accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per il conflitto in corso nella regione orientale del paese, teatro da quasi 6 anni di un sanguinoso conflitto.

Contro l’emissione di un mandato internazionale di cattura nei confronti di al Bashir si sono espressi sia l’Unione africana che la Lega araba, oltre a molti capi di stato africani, che temono un inasprirsi del conflitto e uan chiusura definitiva del fragile dialogo tra Khartoum e i ribelli darfuriani del Jem. Il livello di tensione in Sudan è decisamente elevato: il capo dei servizi segreti nazionali ha affermato che, se i giudici della Cpi decideranno di emettere il mandato di arresto, non sarà garantita l’incolumità degli stranieri presenti sul territorio sudanese.

Intanto il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato l’invio di una forza delle Nazioni Unite composta da 5.200 uomini, da dispiegare in Ciad e Repubblica Centrafricana. La missione prenderà il posto dell’Eufor, la forza dell’Unione europea, che resterà in Sudan fino a marzo, e sarà integrata dalla Minurcat, la missione di polizia delle Nazioni Unite presente nella regione. La Minurcat è incaricata di garantire la sicurezza degli operatori umanitari e di proteggere i profughi del Darfur nell’est del Ciad e nel nord-est della Repubblica centrafricana.

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