Sudan

Noura Hussein, una ragazzina sudanese di 19 anni, è stata condannata a morte ieri da un tribunale di Omdurman, per aver ucciso il marito che la stuprava. Il suo era stato un matrimonio forzato, combinato dalla sua famiglia con un cugino quando aveva 16 anni. Noura si era rifiutata di accettare e si era rifugiata da una zia, dove era riuscita a rimanere per tre anni.

Poi era stata consegnata all’uomo che, aiutato da parenti che la tenevano, l’aveva costretta a consumare il matrimonio. Il giorno dopo, quando il marito aveva tentato di nuovo di abusare di lei, l’aveva ucciso con un pugnale. La pena di morte è stata comminata dopo che la famiglia dell’uomo aveva rifiutato di accettare, in cambio della perdita, un compenso economico, come è d’uso nel paese, secondo i dettami della giustizia tradizionale.

A difesa di Noura in Sudan è in atto una campagna sui social media, con l’hashtag #JusticeForNoura. Gli attivisti per i diritti delle donne sostengono che la pena di morte non è applicabile, perché Noura si stava difendendo, in uno stato psicologico disturbato dalla violenza subita in precedenza. Sarebbe inoltre tutelata dalla costituzione del paese che all’articolo 14 parla di protezione dei minori e all’articolo 15 proibisce i matrimoni forzati.

Chi sostiene la pena di morte si appella invece alla sharia, la legge islamica in vigore nel paese, secondo la quale, con il pagamento della dote da parte del marito, la moglie è tenuta a soddisfare le sue richieste sessuali. Ma anche per la sharia nessun matrimonio è valido se non c’è il consenso di ambedue le parti. (The Guardian)

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