Evoluzione politica
L’Unione africana ha deciso di sostenere il dialogo nazionale con una commissione presieduta dal sudafricano Thabo Mbeki. Che è già al lavoro a Khartoum. Dichiarazione congiunta Umma Party e il Sudan Revolutionary Front. Il clima rimane teso.

La situazione politica sudanese – ingarbugliata tra la proposta di dialogo nazionale lanciata dal presidente Omar El-Bashir in gennaio, l’attivismo poco coordinato dei partiti dell’opposizione, i conflitti sempre più cruenti in Darfur, Sud Kordofan e Blue Nile, le violazione continue dei diritti umani, civili e politici dei giornalisti, degli studenti e di altri gruppi sociali – è all’attenzione dell’Unione africana che, la scorsa settimana, ha deciso la formazione di un comitato per sostenere il processo di dialogo nazionale, mai davvero decollato.

Ne ha affidato la direzione a Tabo Mbeki (foto), ex presidente sudafricano, presidente anche dell’African Union High Level Implementation Panel, impegnato, senza grande successo per la verità, nella soluzione del conflitto in Darfur, che invece ha visto una recrudescenza negli ultimi due anni. Mbeki è a Khartoum e ha già avuto diversi colloqui con esponenti del mondo politico.

Tra gli altri, ha visto Fadalla Burma Nasir, uno dei vicepresidenti dell’Umma Party. L’altro, Mariam Al-Madhi, figlia del presidente Sadiq Al-Madhi, è in carcere, prelevata dalla National Security direttamente dall’aereo che la riportava a Khartoum da Parigi, dove ha avuto un ruolo centrale nell’organizzazione del meeting tra l’Umma Party e il Sudan Revolutionary Front (Srf), l’organizzazione di coordinamento dell’opposizione armata (Splm-n e i diversi movimenti darfuriani); le autorità sudanesi dicono che potrebbe essere accusata di spionaggio a favore dei ribelli.

L’incontro di Parigi, tenutosi l’8 e 9 agosto, ha prodotto una dichiarazione, firmata da Sadiq Al-Mahdi e da Malik Agar, presidente del Srf, che si esprime su tre punti rilevanti per un avvio del processo di cambiamento: la fine dei conflitti, la necessità di un clima di fiducia e libertà di espressione per l’avvio di un serio e utile dialogo nazionale, la necessità di coinvolgere nel processo tutte le forze che vogliono il cambiamento, compresi movimenti di donne, giovani, studenti e le comunità colpite dall’espropriazione delle risorse comuni (un riferimento particolare è fatto ai problemi posti dalle dighe sul Nilo). Fadalla Burma Nasir ha presentato a Mbeki questa dichiarazione come road map del dialogo nazionale in Sudan.

Sadiq, che era stato arrestato nel maggio scorso e rilasciato per le pressioni internazionali in giugno, per aver denunciato le violazioni dei diritti umani nelle zone di conflitto da parte delle Forze di difesa sudanesi (Sdf), una milizia al comando diretto del servizi di sicurezza, è ora al Cairo con l’obiettivo di presentare la dichiarazione alle organizzazioni regionali arabe e islamiche e farla accettare come alternativa possibile al processo messo in campo dal governo. In Sudan molte forze di opposizione e alcuni movimenti popolari, come quelli che rappresentano gli sfollati nei campi profughi del Darfur, hanno accolto con favore il documento. Ritengono invece che attorno al tavolo del dialogo nazionale presieduto da El-Bashir si trovino solo le forze di ispirazione islamica e che l’obiettivo vero sia il rafforzamento e del regime stesso e non un cambiamento che ponga fine ai problemi del Sudan.

La situazione generale non mostra certo segni favorevoli ad un dialogo nazionale. Mentre Mbeki incontrava i politici sudanesi a Khartoum, a En Nahud, nel Kordofan, i servizi di sicurezza proseguivano la loro opera di intimidazione nei confronti del Sudanese Congress Party, il cui presidente, Ibrahim El Sheickh, è in carcere dall’8 giugno. Non è ancora stato processato, come vorrebbe la costituzione, mentre la sua salute sta peggiorando. Sabato scorso, altri 7 attivisti sono stati arrestati durante una manifestazione per la sua liberazione. Lunedì 18, poi è cominciata una perquisizione casa per casa dei leader del partito in diverse località e due di loro, Abdel Wahab Haroun Abakar and Hisham Ahmed Hamed, sono stati arrestati. Complessivamente nel Kordofan si trovano in carcere per motivi politici 513 persone.

Sempre lunedì, a Khartoum, c’è stata una manifestazione per la liberazione di Mariam Al-Mahdi, che non ha avuto reazioni da parte delle autorità. Domenica 17, invece, la polizia aveva impedito ad un gruppo di attivisti la consegna di un memorandum alla Commissione nazionale per i diritti umani, cosa di cui il commissario si è pubblicamente rammaricato. Dichiarando che la presenza della polizia in assetto antisommossa tutte le volte che c’è un assembramento davanti ai suoi uffici è una mancanza di rispetto nei confronti del suo stesso ruolo. Nei giorni precedenti gli studenti dell’Università di Khartoum avevano dimostrato per chiedere la ripresa delle lezioni e la rimozione delle armi posizionate dalla polizia all’interno dell’ateneo, a titolo preventivo.