Sudan: l’oro che uccide - Nigrizia
Ambiente Economia Salute Sudan
L’estrazione selvaggia sta provocando gravi e diffusi danni all’ambiente e alla popolazione
Sudan: l’oro che uccide
Sostanze chimiche letali come mercurio e cianuro sono usate da anni in modo indiscriminato. Chi dovrebbe controllare guarda altrove, mentre si moltiplicano i casi di contaminazione e le proteste della popolazione in tutto il paese
31 Marzo 2023
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 6 minuti

L’oro è una risorsa abbondante in Sudan. Secondo i dati ufficiali del ministero dei minerali, tra il 2011 e il 2020 ne sarebbero state estratte 689 tonnellate, l’80% circa da minatori artigianali. Secondo altre fonti credibili, nel 2021 la produzione sarebbe stata di 90 tonnellate. 41,8 tonnellate (per un valore di 2,5 miliardi di dollari) quelle estratte nel 2022. Dati che collocano il paese tra i 10 maggiori produttori al mondo, terzo in Africa, dopo Ghana e Sudafrica.

Per avere un’idea del valore in gioco, si deve considerare che il prezzo medio dell’oro sul mercato internazionale nelle ultime settimane è stato di 58 euro al grammo.  

Per il 2022 la Smrc, Sudanese Mineral Resources Company (Compagnia sudanese per le risorse minerarie, ente governativo per la supervisione delle risorse minerarie, l’unico autorizzato a trattare con gli investitori nel settore), dichiara una produzione di 18 tonnellate e 637 chilogrammi e dice che si tratta di un record assoluto nella storia del paese. Una bella discrepanza, dovuta probabilmente ad un errore materiale di trascrizione. Ma altre ragioni meno confessabili non sono da escludere a priori.

Stime credibili dicono infatti che almeno il 50% dell’oro estratto in Sudan (alcune fonti arrivano ad affermare l’80%) viene contrabbandato fuori dai confini in modi e da attori diversi. I guadagni che ne derivano servirebbero a finanziare numerosi gruppi armati che si confrontano in parecchie aree del paese e altre attività illecite, come il traffico di armi.

Deve all’oro la sua immensa ricchezza e il suo enorme potere, anche il generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemetti, vicepresidente del Consiglio supremo e capo delle Forze di intervento rapido (Rapid Support Forces – Rsf), un esercito parallelo a quello nazionale.

Oro acquisito e commerciato in modi più o meno illeciti, almeno all’inizio della sua ascesa da oscuro commerciante di cammelli a leader di una banda di janjaweed che contribuì a devastare il Darfur, a vicepresidente del paese.

Mercurio e cianuro

L’oro, dunque, non è da considerare in Sudan solo come un’importante risorsa, ma anche come una minaccia alla stabilità del paese. E non solo. Emerge inoltre in modo ormai chiaro che ha finito per rappresentare un grave danno per l’ambiente e per la salute di una parte importante della popolazione.

I metodi usati per la sua prima lavorazione comportano un uso massiccio di mercurio, cianuro e altre sostanze altamente inquinanti e pericolose per la salute di uomini, animali e vegetali. Per quanto riguarda il mercurio, secondo dati della Banca mondiale, tra il 2010 e il 2015 il Sudan avrebbe importato il 38% di tutto quello arrivato nei paesi dell’Africa subsahariana.

Lo afferma una ricerca del sudanese Mohamed Salah Abdelrahman dal titolo inequivocabile How Mercury is Poisoning a Nation (Come il mercurio sta avvelenando una nazione) pubblicata lo scorso ottobre da Sudan Transparency and Policy Tracker (Stpt) un osservatorio locale sulle politiche del governo di Khartoum.

Il documento dice che l’inquinamento dovuto all’estrazione dell’oro è diffuso in buona parte del territorio sudanese, dal momento che l’attività si svolge in 15 dei 18 stati federali che compongono il paese. E si estende anche fuori dalle zone direttamente interessate.

Il sommario del documento inizia con un racconto davvero preoccupante: “La prima settimana di agosto del 2022 più di 25 villaggi a nord di Atbara, nello stato del Fiume Nilo, furono alluvionati. Le acque trascinarono migliaia di tonnellate di residui minerari contaminati dal mercurio nel Nilo in un disastro che amplifica le minacce alla salute e all’ambiente che assillano le comunità nelle aree del Sudan in cui si estrae l’oro in modo tradizionale”.

Ѐ un episodio dei tanti che hanno suscitato preoccupazione negli ultimi mesi.

Proteste inascoltate

L’ultimo è del 15 marzo, quando la popolazione di sette villaggi della zona di Merowe, nello Stato del Nord, ha organizzato una veglia per protestare contro l’uso del cianuro nell’estrazione dell’oro e di altri minerali, preoccupati per i danni alla salute e all’ambiente.

In particolare hanno chiesto che fosse proibito immediatamente l’uso di pozzi artesiani e di bacini per l’abbeveramento degli animali per lavare i minerali trattati con il cianuro. Non è chiaro se il provvedimento sia stato preso.

Ma questo genere di mobilitazioni è diventato ormai molto comune in Sudan, dice un rapporto di Suleiman Baldo, pubblicato lo scorso gennaio ancora da Sudan Transparency and Policy Tracker. Il titolo ancora una volta dà indicazioni precise: Community Protests in Sudan’s Gold Mining Sector: Peaceful Resistance and Repressive Responses (Proteste comunitarie nel settore delle miniere d’oro in Sudan: resistenza pacifica e risposte repressive).

Episodi in cui la popolazione che chiedeva garanzie per la propria salute ha dovuto affrontare le forze dell’ordine, si sono verificati recentemente nel Sud Kordofan, nello stato del Mar Rosso, in Darfur e altrove.

Controlli inesistenti

Il settore ha poi un altro problema: le competenze dell’ente di controllo, la Compagnia sudanese per le risorse minerarie che deve supervisionare l’attività mineraria, garantire che vengano rispettati gli standard di sicurezza per la salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica, ma anche riscuotere le royalty e i pagamenti dovuti in base al minerale estratto.

La Compagnia è recentemente intervenuta a Talodi, nel Sud Kordofan, dove, nelle scorse settimane sono morti “misteriosamente” numerosi capi di bestiame. La gravità del caso ha suscitato allarme nella popolazione, circostanza che ha consigliato provvedimenti immediati e decisi. I siti estrattivi sono stati sequestrati e alcuni concessionari arrestati.

Ma, secondo ambientalisti locali, si è trattato di misure che assomigliano molto agli specchietti per le allodole. La Srmc non era stata poi così rigida nel far rispettare gli standard da lei stessa stabiliti e aveva concesso licenze per l’uso di sostanze che superavano i limiti ma garantivano una migliore produttività e dunque maggiori guadagni.

Nel suo rapporto, How Mercury is Poisoning a Nation, Mohamed Salah Abdelrahman sostiene che l’interesse economico della compagnia limita la sua “abilità di giocare il ruolo ispettivo” che pure le spetta. Se si aggiunge a questo conflitto di competenze la mancanza di preparazione tecnica del personale e di strumentazione adeguata, si capisce perché il settore non sia di fatto monitorato.

Abdelrahman sottolinea infine che “anni di uso indiscriminato di sostanze chimiche pericolose come mercurio, cianuro e altre, senza misure di protezione per i minatori e la popolazione locale, ha esposto milioni di persone in tutto il Sudan a rischi letali”.

I pericoli riguardano anche le modalità di lavoro, in particolare nelle miniere artigianali che producono la quantità di gran lunga maggiore del prezioso minerale, dove si stima che lavorino almeno 2 milioni di persone, senza copertura legale. L’estrazione avviene generalmente senza tener conto della sicurezza dei minatori. Gli incidenti, talvolta molto gravi, sono frequenti.

Nel dicembre 2021, 38 minatori morirono per il crollo di una miniera nel Kordofan Occidentale. Alcuni giorni fa ne sono morti almeno 14 in un sito minerario ai confini con l’Egitto. Altri 20 sono stati estratti ancora vivi. Anche in questo caso l’ente regolatore, la Sudanese Mineral Resources Company, manca evidentemente ad uno dei suoi compiti istituzionali.

 

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it