Quasi operative le nuove istituzioni
Il processo di normalizzazione della vita politica dopo il rovesciamento del presidente e del suo regime, appare ormai ben avviato. Con criticità e diffuse speranze. Cruciali saranno anche i futuri rapporti con il vicino Sud Sudan.

Dopo mesi di braccio di ferro tra la giunta militare e le forze di opposizione, le nuove istituzioni sudanesi sono state finalmente formate e cominciano ad essere operative. Il Consiglio sovrano, che guiderà il paese nel periodo transitorio di 39 mesi che porterà alle elezioni, ha giurato il 21 agosto scorso mentre il governo, tecnico, si è insediato l’8 settembre.

Per la verità mancano ancora all’appello il consiglio legislativo e i governi degli stati federali, ma il processo di normalizzazione della vita politica dopo il rovesciamento del presidente Omar Hassan El-Bashir e del suo regime, islamista e autoritario, è ormai ben avviato. Non senza critiche ma anche con diffuse speranze.

Deluse le donne, che erano state in prima fila durante tutto il lungo periodo delle dimostrazioni di protesta, tanto da essere diventate l’immagine e il simbolo della lotta per la democratizzazione. Nel Consiglio sovrano, cioè la presidenza collettiva del paese, ce ne sono solo due e quattro nel Consiglio dei ministri. Troppo poche, tanto che lo stesso primo ministro promette che gli ultimi due posti da assegnare – il ministero per le risorse animali e quello per le infrastrutture – saranno dati a donne provenienti dagli stati dell’Est Sudan e del Nilo Blu.

Ha promesso anche posti in ruoli rilevanti nelle altre istituzioni e nei governi degli stati federali. Le Forze per la libertà e il cambiamento (Forces for Freedom and Change – FFC) che hanno guidato l’insorgenza, assicurano l’impegno a riservare alle donne il 40% dei posti nel consiglio legislativo e ruoli importanti nelle commissioni.  Le attiviste sudanesi non nascondono un certo scetticismo e continuano a rivendicare il loro posto nel processo di rinascita del paese.

Delusi anche i movimenti di opposizione armata, parte organica delle FFC ma tagliati fuori dalla rappresentanza e anche dalla dichiarazione fondante dell’accordo con la giunta militare sulla divisione dei poteri nei prossimi tre anni e più. L’impegno del governo è concludere una pace sostenibile e credibile nei primi sei mesi di lavoro.

I negoziati che si terranno a Juba, facilitati dal governo del Sud Sudan, dovrebbero iniziare il 14 ottobre e terminare il 14 dicembre. Il condizionale è d’obbligo dal momento che intanto alcuni militari membri del Consiglio sovrano hanno fatto notare che per ora non è stata concordata nessuna agenda dei lavori. Un’affermazione che, a un mese dal previsto inizio degli incontri, segnala un certo fastidio per l’appuntamento più che una reale preoccupazione che la discussione abbia esito positivo.

Oltre a quella della pacificazione di un paese in cui le guerre civili si sono susseguite praticamente dal giorno dell’indipendenza, le nuove istituzioni devono affrontare altre difficili situazioni ereditate dal regime precedente. Prima fra tutte la gravissima crisi economica. Non è un caso che il primo atto del nuovo governo sia stata l’imposizione di misure di emergenza economica della durata, per il momento, di sei mesi.

Nella capitale, Khartoum, e in numerose altre località si lamenta una grave scarsità di pane, cibo di base della popolazione, e di carburante, causa prima della scarsità dei mezzi di trasporto, anche pubblici, in circolazione, con preoccupanti ripercussioni sull’economia, sia a livello familiare che nazionale. Il nuovo governo deve agire in fretta per capitalizzare l’entusiasmo del cambiamento prodotto dalla protesta popolare, innescata proprio dall’aggravarsi della crisi economica, o rischia di diventarne a sua volta vittima.

La stabilità del paese dipende anche dalle relazioni regionali, per ora indirizzate dai militari nel Consiglio sovrano, in linea con quelle della precedente giunta; cioè rapporti privilegiati con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Ma la prima visita ufficiale del primo ministro, Abdallah Hamdok, è stata a Juba. I rapporti con il Sud Sudan sono infatti cruciali.

Per quanto riguarda l’economia, i due paesi dipendono in gran parte dal petrolio estratto in Sud Sudan e commercializzato attraverso il terminal sudanese di Port Sudan. Dipendono anche dal commercio transfrontaliero. La chiusura delle frontiere decisa da Khartoum dopo la secessione di Juba nel 2011 ha danneggiato gravemente sia i produttori sudanesi, che non hanno avuto più sbocchi sui mercati che erano prima i loro maggiori acquirenti, sia i consumatori sud sudanesi che hanno sofferto mancanza di beni di prima necessità e l’aumento vertiginoso dei prezzi.

L’incontro di Juba tra i due leader ha portato alla decisione di ridiscutere gli accordi sul petrolio e di riaprire le frontiere. Nel vertice si è discusso anche di sicurezza e del controllo dei rispettivi gruppi di opposizione armata che ora contano sulla protezione incrociata dei due paesi. Non a caso le trattative di pace per il Sudan si svolgeranno a Juba che finora ha dato asilo e agibilità politico-militare ai gruppi ribelli sudanesi.

Le nuove istituzioni sudanesi devono agire in fretta anche per quanto riguarda la sicurezza. I sostenitori del vecchio regime sono per ora nell’angolo, ma non hanno perso gli alleati nella regione – il Qatar e la Turchia in particolare – e neppure lo zoccolo duro dei sostenitori nel paese. La ripresa economica e la deposizione delle armi nelle regioni ancora in conflitto (Monti Nuba, Nilo Blue e Darfur) sono pre-requisiti essenziali perché il nuovo corso di Khartoum possa svilupparsi, rafforzarsi e in definitiva traghettare il paese in una nuova fase della sua storia.

Foto: Al Jazeera