Tanzania / Italia

Due ditte italiane, la Toscana macchine calzature (Tmc) e la ItalProgetti, investiranno 24,5 milioni di dollari per costruire due fabbriche per il trattamento del pellame a Moshi, nella regione Kilimangiaro, in Tanzania. In una si conceranno le pelli, nell’altra si produrranno scarpe.

Le due fabbriche saranno gestite in partnership con la Karanga leather industries company ltd (Klil), una joint venture tra il Public service social security fund, (Psssf), e il dipartimento carcerario. Le fabbriche saranno costruite su 25 acri di terreno all’interno del complesso carcerario Karanga e daranno lavoro anche alle persone che vi sono detenute, anche se non è chiaro se queste saranno pagate.

Nel discorso tenuto in occasione della firma dell’accordo, il commissario generale delle prigioni, Phaustine Kasike, ha dichiarato che il progetto darà lavoro ai carcerati, li formerà dal punto di vista professionale e contribuirà a migliorare la qualità della vita nell’istituto di pena.

Il manager della Tmc – azienda specializzata nella fornitura di macchinari, ricambi e accessori per il settore della calzatura e della pelletteria – Daniele Ferradini, ha assicurato che le ditte italiane forniranno i finanziamenti, la tecnologia e il know how necessari per produrre articoli di qualità che potranno essere esportati in Italia e in altri paesi europei. 

Con l’investimento italiano, la capacità produttiva della Klil passerà da 150 a 4.000 paia di scarpe al giorno. Saranno prodotti anche altri articoli di cuoio e pelle. Si stima che a regime saranno 184mila all’anno. Il progetto, che sarà operativo nell’arco di 16 mesi, darà lavoro stabile a 3.000 persone direttamente e a 4.000 nell’indotto.

Il governo tanzaniano sta cercando di sviluppare il settore della lavorazione del pellame che attualmente lavora molto al di sotto delle sue possibilità. Importa fino a 42mila paia di scarpe all’anno dalla Cina e dai paesi del Sudest asiatico, solo il 3% delle quali sono di pelle, mentre gran parte del pellame del paese è portato illegalmente in Kenya, dove viene poi lavorato. (The East African / The Citizen)