Ambiente Economia Tanzania
Il complesso dei parchi è una fonte di valuta pregiata per il bilancio statale
Tanzania. I maasai del Ngorongoro minacciati di trasferimento forzato
82mila persone a rischio di lasciare le loro terre per dare spazio al business turistico. Il governo starebbe programmando di spostarli in luoghi del tutto inadeguati, sulla base di promesse che non saranno mantenute e creando le premesse per pericolosi conflitti locali
01 Giugno 2022
Articolo di Bruna Sironi
Tempo di lettura 6 minuti

Secondo i programmi del governo della Tanzania entro il 2027 almeno 82mila maasai dovranno lasciare le proprie aree di origine nella riserva naturale del Ngorongoro, zona di grande interesse naturalistico e paesaggistico, habitat di varia e abbondante fauna selvatica, tra le più famose mete turistiche del continente africano e del pianeta.

Nel corso degli anni, il governo ha imposto restrizioni alle comunità maasai residenti nella riserva, quali la proibizione di coltivare su piccola scala, di costruire nuove case, di raggiungere fiumi e grotte dove possono abbeverare e proteggere le loro mandrie. Recentemente ha addirittura tagliato i fondi per il contrasto della pandemia da Covid-19 nelle scuole della zona.

Ridotti i diritti fondamentali

Questi provvedimenti hanno progressivamente ridotto il godimento dei diritti fondamentali, l’accesso alle fonti di cibo e di reddito e in definitiva hanno gravemente emarginato e impoverito le comunità dei residenti nell’area protetta, convinte che si tratti di un’espulsione mascherata. Le politiche governative hanno, a loro parere, l’obiettivo di costringerli a lasciare la loro area nativa “volontariamente” rendendo impossibile viverci dignitosamente.

Da anni la lotta per la terra delle locali comunità maasai è documentata e sostenuta da autorevoli organizzazioni, tra cui l’Oakland Institute, centro di ricerca americano specializzato nella difesa dei diritti delle popolazione native alle loro aree di origine minacciate dal land grabbing e da politiche governative volte a sviluppare attività lucrative piuttosto che a proteggere il benessere, spesso la sopravvivenza stessa, dei propri cittadini, in particolare di quelli che vivono ancora in modo tradizionale.

L’Oakland Institute ha lanciato il primo allarme nel 2018, con il rapporto Losing the Serengeti, parco nazionale famoso nel mondo, confinante con la riserva del Ngorongoro (Ngorongoro Conservation Area, NCA), altrettanto conosciuta e frequentata da turisti, spesso di élite. Il complesso dei parchi è un’importante fonte di valuta pregiata nel bilancio annuale del governo tanzaniano. La presenza masaai limita lo sviluppo di un certo tipo di turismo, soprattutto quello di lusso. Il documento dell’Oakand Institute conferma il sentire delle comunità locali. Vi si afferma, infatti, che certe politiche di protezione ambientale adottate dal governo tanzaniano sono state usate per espropriare i maasai, erodendo il loro tradizionale modo di vivere e minacciando la loro stessa sopravvivenza.

L’anno scorso, con la pubblicazione della ricerca The looming threat of eviction (L’incombente minaccia dello sfratto) l’attenzione è stata concentrata sull’area della riserva del Ngorongoro, sottolineando lo stesso concetto. Il sottotitolo non lascia adito a dubbi: Il continuo trasferimento dei maasai con la scusa della protezione ambientale nell’area protetta del Ngorongoro.

Sotto accusa il modello di salvaguardia dell’ambiente

Sotto accusa, dunque, è il modello di salvaguardia dell’ambiente che espelle le popolazioni native invece di coinvolgerle nella sua gestione e valorizzazione.

È un modello contestato da diverse parti, che lo definiscono come neocoloniale. È quello generalmente utilizzato nei paesi africani e non solo, sostenuto molto spesso – e si deve dire purtroppo – anche dalle più conosciute organizzazioni conservazioniste internazionali.

Nel nostro caso addirittura dal Comitato per i siti patrimonio dell’umanitá dell’Unesco, dall’Unione internazionale per la conservazione della natura e dal Consiglio internazionae dei monumenti e dei siti. Ma, secondo molti esperti, non ci sono prove che la presenza dei gruppi nativi vada a discapito della conservazione ambientale, mentre è provato che la pastorizia è del tutto compatibile con la vita della fauna selvatica.

La copertura parlamentare

Nei mesi scorsi le minacce di espulsione dei maasai dalla riserva del Ngorongoro si sono fatte piú concrete, nonostante ripetute dichiarazioni governative che lo negano. Probabilmente le autorità competenti erano in attesa di una copertura politica, che è arrivata il 9 febbraio, quando il parlamento ha discusso provvedimenti volti a velocizzare lo sfratto. La stragrande maggioranza dei parlamentari si sono detti favorevoli. Solo tre, tutti rappresentanti dei maasai, hanno i difeso il diritto alla terra della loro gente. Le ragioni addotte per lo sfratto arrivano a mettere in dubbio la reale appartenenza etnica delle comunità residenti nella riserva e a sostenere che siano necessarie misure che le «costringano forzatamente» a uscire dalla povertà in cui versano.

La stessa presidente, Samia Suluhu, ha più volte detto di essere convinta che l’area deve essere meglio protetta e ha invitato anche stranieri, soprattutto americani e arabi, a investire nella riserva, dove per altro i reali degli Emirati Arabi Uniti hanno già da anni prezzolati diritti di caccia.

La campagna dei maasai

I maasai, però, non si sono rassegnati e hanno intrapreso una campagna di informazione, sensibilizzazione e advocacy a livello locale, nazionale e internazionale. Tra le innumerevoli azioni intraprese, hanno scritto lettere al governo tanzaniano e ai suoi maggiori donatori e hanno fatto circolare petizioni che hanno raccolto milioni di firme.

I risultati della loro mobilitazione cominciano a essere concreti e importanti. Il 9 febbraio, il giorno stesso del voto al parlamento tanzaniano, otto esperti (special rapporteurs) dell’Onu – precisamente quelli che si occupano dei diritti alla casa, alla salvaguardia della cultura, alla protezione dell’ambiente, al cibo e ancora dei diritti dei popoli indigeni, degli sfollati, del contrasto alla povertà, dei diritti all’acqua potabile e ai servizi igienici – hanno scritto al governo della Tanzania e alle tre organizzazioni internazionali che sostengono lo sfratto, difedendo il diritto dei maasai a rimanere nella loro terra e documentando il beneficio che l’area protetta potrebbe averne.

Un ultimo inciampo sul percorso di sfratto del maasai dalla riserva del Ngorongoro è l’ennesimo rapporto dell’ Oakland Institute, Flawed plans for relocation of the Maasai from the Ngorongoro area (Piani difettosi per lo spostamento dei maasai dall’area del Ngorongoro).

Il documento è basato su una ricerca sul campo in due delle località indicate come quelle di spostamento delle comunità maasai, precisamente Msomera, nel distretto di Handeni, e i due villaggi Kitwai, nel distretto di Simanjiro. Vi si dimostra che le comunitá locali non sono state consultate sullo spostamento di gruppi maasai sul loro territorio. Inoltre, le zone individuate scarseggiano d’acqua e di pascoli, mentre i promessi miglioramenti ai servizi di base sono di là da venire.

Insomma, il governo tanzaniano starebbe programmando il trasferimento di migliaia di persone in luoghi del tutto inadeguati sulla base di promesse che difficilmente saranno mantenute e creando le premesse per pericolosi conflitti locali.

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