«La cosa migliore è sentirlo davanti, dentro, dappertutto». Così lo ricorda il confratello e amico Mauro Armanino raggiunto da Nigrizia a Niamey. Mauro guida la sua macchina e lo aspetta sempre. Per riabbracciarlo e guardarlo negli occhi, senza tante parole.

Esattamente due anni fa veniva rapito Gigi Macalli, missionario dello Sma (Società missioni africane) a Bomoanga, nella parte occidentale del Niger, a 130 Km nord della capitale Niamey. Prelevato sul campo, dov’era impegnato a costruire piccoli angoli di umanità. Dove la minuta comunità cristiana prova a tessere legami di amicizia e fratellanza dentro l’oceano musulmano.

In un territorio, quello del Sahel, infestato ormai da tempo da terroristi e trafficanti di migranti. Un territorio oggi colpito anche dalla calamità di inondazioni che hanno messo in ginocchio l’intero paese, provocando decine di morti e oltre 200mila sfollati.

Oggi solo qualche sporadico indizio fa supporre che possa trovarsi in Mali dove condivide la sorte di altri prigionieri. Un video diffuso da Avvenire il 24 marzo scorso lo mostrava vivo, con la barba lunga, in compagnia di un altro giovane italiano. Da allora si accavallano voci, testimonianze, racconti, dettagli. Ma non piste concrete di soluzione.

Padre Antonio Porcilato, superiore generale della sua congregazione, raggiunto da Nigrizia, lo ricorda così: «Ricordo Gigi piccolo fisicamente ma di grande statura umana. Quattro anni fa ha completato la costruzione di una chiesa a Bomoanga, nella sua parrocchia, con disegnati molti simboli africani. Una bellissima festa di inaugurazione con tanti animali che la gente portava in regalo. Un uomo molto creativo, appassionato e legato alla sua gente. Un uomo forte perché penso davvero, conoscendolo, che in questi due anni di prigionia non si sia depresso. Anzi lui mi ha sempre detto che la sua vita era già donata da un pezzo a Dio e agli altri. Esattamente come ricordava nel suo testamento spirituale Christian De Chergé».

La preghiera si fa incessante per la liberazione di Gigi. Nigrizia è dentro questo fiume di persone e comunità che non si arrendono, fanno memoria e lo aspettano per continuare insieme a camminare, correre, rischiare la missione sulle strade del mondo. «E quando lo rivedrai – abbiamo chiesto ad Antonio – cosa gli dirai?» «Nella gioia incontenibile, abbracciandolo, gli direi: bravo! Ricominciamo, insieme».