Le truppe etiopiche ed eritree sono responsabili di possibili «crimini di guerra e crimini contro l’umanità» nella regione etiopica del Tigray. Lo ha dichiarato il 4 marzo l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet.

Che ha sottolineato la necessità di avviare un’indagine indipendente sulla situazione nel Tigray, spiegando come il suo ufficio sia «riuscito a confermare le informazioni su alcuni degli episodi avvenuti lo scorso novembre, indicando bombardamenti indiscriminati nelle città di Macallè, Humera e Adigrat nella regione del Tigray». Sono inoltre state verificate le notizie di «gravi violazioni e abusi dei diritti umani, comprese le uccisioni di massa ad Axum e a Dengelat, nel Tigray centrale, da parte delle forze armate eritree».

Secondo una un’analisi preliminare delle informazioni raccolte, questi crimini contro l’umanità sarebbero stati commessi da più attori del conflitto. Attori che includono le forze armate di difesa nazionale etiopiche, il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf), le forze armate eritree, le forze regionali dell’Amhara e milizie associate.

Anche il sottosegretario generale e capo dell’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha) dell’Onu, Mark Lowcock, ha chiesto all’Eritrea di ritirare i propri soldati dal Tigray. «Le forze di difesa dell’Eritrea devono lasciare l’Etiopia, e non deve essere loro permesso di continuare la loro campagna di distruzione prima che questo succeda», ha detto Lowcock alla riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu dedicato alla crisi scoppiata nel paese del Corno d’Africa.

Sono le ultime prese di posizioni indipendenti di un conflitto “silenziato” (anche per colpa del governo etiopico) e scoppiato nella sua massima virulenza il 4 novembre scorso, quando Addis Abeba ha disposto lo stato di emergenza, con il primo ministro Abiy Ahmed che ha accusato il Tplf di aver attaccato le truppe federali in alcune basi settentrionali e di aver tentato di “saccheggiare” le risorse militari. Da qui il taglio di ogni collegamento con quell’area e l’inizio dei bombardamenti da parte di governo centrale.

Nigrizia oltre a un dossier e a diversi analisi e articoli pubblicati sul sito ha affrontato il tema della crisi nel Tigray anche con un webinar il 17 febbraio scorso, alla presenza del professor Luca Puddu, professore alla Federico II di Napoli, dell’antropologo Pino Schirripa, docente alla Sapienza di Roma e con Ephrem Abebe, responsabile della comunità tigrina di Parma.

Il 4 marzo ha voluto tornare sul tema con un altro importante interlocutore, che ha una lettura dei fatti, in alcuni passaggi, diversa rispetto alle posizioni emerse il 17 febbraio sugli avvenimenti di questi mesi (se non anni).

Si tratta di Dagmawi Yimer, 44 anni, intellettuale, importante regista e documentarista. Scappato nel 2005 dall’Etiopia, ha raccontato la drammaticità del suo viaggio da Kirkos a Lampedusa nel documentario Come un uomo sulla terra, di cui è coautore con Andrea Segre. Dal 30 luglio 2006, giorno dello sbarco a Lampedusa, vive in Italia. Dal 2010 collabora con l’Archivio delle memorie migranti, associazione di cui è vicepresidente, che promuove forme di autonarrazione da parte di persone di origine migrante.

Una voce, la sua, che si fa portavoce anche di molti appartenenti alla comunità etiopica presente sul territorio italiano.

Tra le molte cose emerse dall’intervista, da sottolineare come, a suo avviso, ci sia la possibilità che alle spalle di Abiy Ahmed crescano ed emergano figure che rappresentino  una stagione nuova per il paese. Mentre non ci sarebbe più spazio, come interlocutore, per il Tplf.

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