Il presidente eritreo Isaias Afwerki (middle-east-online.com)

Il 18 febbraio scorso il presidente eritreo Isaias Afwerki ha rilasciato un’intervista alla televisione di stato, EriTV, scatenando i commenti degli eritrei nella diaspora – in Eritrea sarebbe un esercizio molto pericoloso – e di pochi altri esperti dell’area, perché di solito hanno un valore giornalistico quasi del tutto insignificante. Sono lunghi discorsi in tigrino, la lingua ufficiale, di cui, a distanza di giorni, vengono diffusi riassunti ufficiali in cui, secondo nostre fonti ad Asmara, le affermazioni più scottanti non vengono tradotte.

Per di più, secondo gli oppositori del regime, le interviste sono concordate strettamente, quasi a mascherare un discorso alla nazione. Questa convinzione è avvalorata dal rigidissimo controllo governativo sulla stampa e sui mass media, che sono nient’altro che veline che hanno lo scopo di far filtrare al pubblico solo quello che interessa alla leadership, che di fatto è ristretta al presidente e ai suoi più stretti collaboratori.

D’altra parte, la stampa indipendente è stata “massacrata” vent’anni fa, quando, nella notte del 18 settembre del 2001, furono arrestati decine di oppositori di rilievo, tra cui moltissimi giornalisti delle testate non strettamente allineate alla linea politica ufficiale. Da allora sono detenuti in isolamento in carceri speciali, senza mai essere stati sottoposti a processo. Molti sarebbero morti nel frattempo e neppure i loro corpi sono stati restituiti alle famiglie.

Queste interviste, in cui i giornalisti fanno la parte dei figuranti, sono però uno dei pochi momenti in cui il presidente eritreo fa trasparire pubblicamente il suo pensiero e la direzione dell’azione politica del regime. Quella del 18 febbraio è particolarmente interessante per interpretare il ruolo e gli obiettivi dell’Eritrea nella guerra civile etiopica, ormai diventata regionale.

Non a caso, secondo il riassunto in inglese diffuso dal sito ufficiale del ministero dell’Informazione eritreo, tra gli argomenti trattati, quello della crisi etiopica ha avuto il rilievo maggiore. Il presidente si è diffuso in particolare nel ruolo del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), ormai ex partito di governo nell’omonimo stato federale, nel far piombare l’Etiopia nella guerra civile.

Ce ne dà un’interpretazione Desbele Mehari, residente in Italia dagli anni Ottanta, consulente in pensione del patronato della Cgil, ex militante del Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea, ora membro del direttivo dell’Associazione degli eritrei di Milano e dintorni.

Secondo Desbele Mehari, perciò, dalle parole di Isaias Afwerki risulta chiaro il coinvolgimento dell’esercito eritreo nella crisi etiopica a fianco di quello di Addis Abeba, presenza sempre smentita ufficialmente, su cui per altro non ci sono più dubbi, data la mole delle testimonianze raccolte. Tra le ultime, un rapporto di Amnesty International intitolato Il massacro di Axum, in cui vengono documentate non solo la presenza ma anche le gravissime violazioni dei diritti umani dei soldati eritrei nella regione. 

L’intervista sarebbe però la prima volta in cui l’intervento in Tigray viene giustificato ufficialmente come un atto dovuto, contro una forza che ha provocato la destabilizzazione del suo paese e della regione intera. Com’è ovvio, una visione assolutamente di parte, basata sulla differenza di vedute riguardo la governance etiopica.

Lo scoppio della crisi è così riassunta nel sito ufficiale eritreo. “Lo storico errore del Tplf era radicato nella sua politica di polarizzazione etnica racchiuso nella costituzione del 1994” che, sempre secondo il sito ufficiale eritreo, costituisce la premessa delle interminabili divisioni e conflitti nel paese.

Ma gioca moltissimo anche l’aspetto della rivalsa per la guerra del 1998/2000, tutta combattuta in territorio eritreo, e per i lunghi anni in cui l’Etiopia, guidata di fatto dal Tplf, ha tenuto in ostaggio l’Eritrea rifiutandosi di implementare le decisioni sui confini della Commissione internazionale dell’Aia.

E dunque traspare l’obiettivo di distruggere il Tplf – dalle informazioni che trapelano si dovrebbe dire anche il Tigray – come l’agente che ha provocato il collasso del progetto politico del governo eritreo, l’unico governo dal giorno della liberazione del paese nel 1991. Se questo fosse l’obiettivo da raggiungere, troverebbero conferma le testimonianze, ormai numerose, che dicono che l’esercito eritreo si sta organizzando per rimanere a lungo in Tigray.

Voci da Asmara raccontano di nuovi e continui reclutamenti. Nell’intervista, il presidente ha usato la parola ktet che ha fatto sobbalzare molti eritrei, perché può essere interpretata come la chiamata ad una prossima mobilitazione generale.

Il presidente si è poi occupato della situazione interna, compreso il controllo della pandemia da Covid-19. Su questo una nostra fonte, protetta da anonimato, ci ha mandato una testimonianza da Asmara.

Secondo la lettura che la nostra fonte fa delle misure draconiane per il controllo della pandemia, assolutamente non giustificate dai numeri ufficiali – il 23 febbraio l’Eritrea era al 50° posto in Africa con 2.773 positivi e 7 morti –, la preparazione dell’intervento in Tigray partirebbe ben prima del 4 di novembre scorso, giorno della scoppio della guerra civile in Etiopia.

Le misure imposte per il controllo della pandemia e poi l’intervento in Tigray hanno avuto un impatto devastante sulla già poverissima economia del paese e sulle difficili condizioni di vita della popolazione. Ma di questo il presidente sembra non prendersi nessuna responsabilità, come ci dice ancora Desbele Mehari.

Come se del paese gli interessasse principalmente il ruolo regionale e considerasse gli eritrei giusto come gli strumenti da utilizzare per raggiungere gli obiettivi che si è posto.

A conferma del poco interesse in proposito, anche la comunicazione del sito ufficiale taglia corto sul tema dei problemi interni “Il presidente Isaias ha anche affrontato pienamente le questioni interne”, si legge. Nulla di più.

 

 

 

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