Gabon Togo
L’organizzazione britannica si estende in Africa
Togo e Gabon entrano nel Commonwealth
Dopo il Rwanda altri due paesi africani francofoni si uniscono alla comunità anglofona che conta 56 nazioni e rappresenta un mercato di 2,5 miliardi di consumatori nel mondo, oltre il 60% dei quali sotto i trent’anni
28 Giugno 2022
Articolo di Marco Cochi
Tempo di lettura 4 minuti

I quasi dieci anni di attesa per entrare a far parte del Commonwealth sono stati premiati per Gabon e Togo che il 24 giugno scorso hanno fatto il loro ingresso nell’organizzazione intergovernativa che affonda le sue radici nel vecchio impero britannico.

Lo storico evento si è consumato nella cornice del 26esimo summit biennale dei capi di stato del Commonwealth, organizzato dal 20 al 26 giugno nella capitale rwandese Kigali, dove, con l’avvallo delle rispettive assemblee nazionali, i due paesi hanno aderito all’organismo che raggruppa più di 2 miliardi e mezzo di persone in tutto il mondo.

Già prima dell’ingresso di Togo e Gabon, l’Africa, con diciannove membri, costituiva il continente con più paesi nel Commonwealth, fermo restando che alcuni altri stati come il Mozambico, fino al giugno 1975 colonia portoghese, e il Rwanda, il membro più giovane della comunità anglofona, alla quale ha aderito nel novembre 2009, non sono stati colonie o protettorati del Regno Unito.

Ufficialmente, dopo la loro indipendenza, molti nuovi stati africani scelsero di entrare a far parte del Commonwealth per perpetuare i rapporti amichevoli con la Corona. Eppure, negli ultimi anni, il ruolo dell’organizzazione e la sua rilevanza sono sempre più messi in discussione. 

Alcuni stati, come Australia, Giamaica e Nuova Zelanda, aspirano a tagliare il cordone ombelicale con la monarchia britannica. Mentre, alla fine dello scorso novembre, le Barbados hanno rinunciato allo status di monarchia costituzionale per diventare una Repubblica, lasciando il Commonwealth Realm – che riconosce Elisabetta II come regnante e capo dello stato -, ora formato da 15 nazioni sparse nel pianeta.

Bridgetown non ha però abbandonato il Commonwealth Nations, incentrato sulle alleanze economiche tra 54 paesi (adesso 56), anche senza rappresentanza monarchica.  

Vantaggi commerciali

Viene quindi lecito chiedersi cosa abbia spinto i due paesi dell’Africa occidentale, di lingua francese, ad unirsi all’organizzazione anglofona.

Se il Togo è stato segnato anche dalla colonizzazione britannica, il Gabon non ha alcun legame storico con il Commonwealth. Ma i due paesi hanno atteso quasi un decennio per entrare a far parte dell’organismo e il presidente del Gabon, Ali Bongo, dal 2012 sta cercando di introdurre l’insegnamento della lingua di Shakespeare nella scuola primaria.

Nel suo slancio iniziale, il governo di Libreville aveva finanziato la formazione degli insegnanti, ma il progetto non si è sviluppato e ancora oggi la stragrande maggioranza dei gabonesi non parla correntemente l’inglese. 

È importante ricordare che l’integrazione nella comunità anglofona non implica direttamente un vantaggio commerciale, ma significa avere accesso a un mercato di 2,5 miliardi di consumatori per esportare i prodotti nazionali, attrarre nuovi investitori e offrire la possibilità di stipulare accordi bilaterali con altri membri della comunità.

Una comunità che genera un prodotto interno lordo combinato è ora di circa 13 bilioni, che si prevede raggiunga i 19,5 bilioni (1 bilione = mille miliardi) nel 2027. Un mercato – con costi commerciali in media inferiori del 21%, e con flussi di investimento superiori del 27% rispetto a quelli tra paesi non aderenti – che si prevede aumenterà di 6,5 bilioni di dollari nei prossimi cinque anni, rispetto agli attuali 13 bilioni.

Del resto, è sotto gli occhi di tutti l’esempio del Rwanda, che da quando è entrato nel Commonwealth ha registrato una forte crescita economica.

Francia indebolita

L’ingresso nell’organizzazione intergovernativa, che promuove i diritti umani e lo sviluppo economico solidale, costituisce anche un importante riconoscimento politico per le autorità di Libreville e Lomé, a lungo criticate per la loro deriva autoritaria.

Senza contare che gli osservatori dell’organizzazione hanno svolto diverse missioni sul campo per esaminare l’evoluzione “democratica” delle istituzioni dei due paesi, che prima di entrare nel Commonwealth, dovevano soddisfare una serie di criteri, tra i quali spiccano il rispetto dei diritti umani e la separazione dei poteri.

Anche se Gabon e Togo riaffermano l’appartenenza all’organizzazione internazionale della Francofonia, il loro ingresso nel Commonwealth manda comunque un chiaro messaggio a Parigi: la Francia non brilla più come prima ed è arrivato il momento di aprirsi al mondo anglofono. Senza dimenticare, che i legami del Gabon con la Francia sono stati avvelenati dalla cosiddetta vicenda dei guadagni illeciti.

Inoltre, una parte della società civile dei due paesi ha mostrato la sua sfiducia all’adesione sin dall’inizio del processo. Il problema non è tanto l’assenza di opportunità di business, quanto la cattiva governance finanziaria e la corruzione. 

Il Togo è infatti governato da più di 50 anni dalla famiglia Gnassingbé. Lo stesso arco temporale del Gabon, dove Ali Bongo Ondimba regge le sorti del paese con pugno di ferro da quando, nel 2009, è succeduto al padre Omar, che aveva governato per 42 anni.

E sarà senza dubbio interessante vedere come si evolveranno, dopo il loro ingresso nell’organizzazione, le relazioni diplomatiche di Gabon e Togo, che di certo rinsalderanno i rapporti con il Regno Unito, sempre alla ricerca di nuovi partner dopo la Brexit.

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