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Nigeria: rapite, liberate e parcheggiate
La triste deriva delle ragazze di Chibok
Otto anni fa la loro vicenda fece scalpore. 276 studentesse delle superiori rapite dai jihadisti Boko Haram. Di 112 non si è saputo più nulla. E alcune delle ragazze liberate nel 2017 hanno raccontato di essere intrappolate in un finto percorso di inclusione sociale
22 Aprile 2022
Articolo di Marco Cochi
Tempo di lettura 4 minuti
(Oxfam)
2014: manifestazione della campagna per la liberazione delle studentesse rapite

La notte tra il 14 e il 15 aprile 2014, nello stato del Borno meridionale, in Nigeria, 276 studentesse della Government Girls Secondary School di Chibok, furono sequestrate dai loro dormitori e fatte prigioniere dai terroristi di Boko Haram.

La maggior parte delle studentesse venne portata con un camion nell’area di Kondunga, all’interno della foresta di Sambisa, roccaforte del gruppo jihadista. L’episodio suscitò un enorme clamore mediatico e l’indignazione di tutto il mondo, culminata con il lancio della campagna digitale su Twitter #BringBackOurGirls (Restituiteci le nostre ragazze).

Oggi, a otto anni dal rapimento, 112 non hanno fatto ritorno a casa. Delle 164 tornate libere, 57 scapparono subito dopo il blitz dei terroristi e altre 4 riuscirono a fuggire in seguito dalla foresta di Sambisa. Una di loro, Amina Ali, portò con sé nella fuga anche il suo bambino, nato durante la prigionia.

21 ragazze sono state liberate nell’ottobre 2016, grazie alla mediazione della Croce Rossa Internazionale e del giornalista nigeriano Ahmad Salkida, uno dei maggiori esperti di Boko Haram. Per la loro liberazione il governo nigeriano pagò più di un milione di euro di riscatto e le giovani furono rilasciate nella città di Banki, vicino al confine con il Camerun.

Altre 82 sono state restituite alle loro famiglie nel maggio 2017, nell’ambito di un controverso scambio di prigionieri portato avanti con la mediazione della Divisione sicurezza umana (Dsu) del ministero degli esteri svizzero che per trattare con i terroristi scelse un avvocato di Maiduguri, Zannah Mustapha. Dopo lunghe trattative, Mustapha convinse il governo di Abuja a pagare due milioni di dollari e liberare cinque miliziani del gruppo.

Si stima che delle 112 ragazze ancora prigioniere dei terroristi nigeriani soltanto una quindicina possa essere ancora in vita.

Università da ricchi

Alla vigilia dell’ottavo anniversario del rapimento di Chibok, il giornalista Kunle Adebajo, ha intervistato nove delle 82 ragazze liberate nel maggio 2017. Le ha incontrate in un albergo a Yola, stato di Adamawa. Dopo il loro rilascio nelle prime ore del 7 maggio 2017, le nove ragazze hanno trascorso otto mesi ad Abuja per un programma di riabilitazione, durante il quale hanno ricevuto cure mediche e appreso competenze professionali. In seguito, il governo le ha iscritte all’Università americana della Nigeria (Aun), che ha sede a Yola, per seguire un corso di laurea quadriennale: starebbero dunque preparando la tesi.

Dall’intervista emerge però che le ragazze laureande non comunicano in inglese, la lingua ufficiale della Nigeria. Una lacuna che trova risposta nella scarsa qualità degli insegnanti oppure nel fatto che le studentesse preferiscono parlare il loro dialetto locale anche in classe.

Una delle ragazze ha raccontato che nel 2017 gli insegnanti spesso non si presentavano e passavano il tempo a cucire o intrecciare i capelli. E oggi si fanno sentire gli effetti a catena di questo scadente percorso formativo. Senza contare la mancanza di finanziamenti adeguati che non coprono i bisogni essenziali delle ragazze, come i libri e le tasse delle associazioni studentesche.

Un’altra grave lacuna è rappresentata dalla mancanza di personal computer affidabili. Quelli che hanno in dotazione sono troppo lenti per soddisfare le loro esigenze accademiche, in particolare perché i compiti all’Aun vengono inviati online e gli studenti vengono regolarmente testati utilizzando la piattaforma di e-learning Canvas. E a volte, i laptop si disconnettono bruscamente durante i test, che poi vengono valutati zero.

Discriminate

Il programma formativo si è rivelato poi troppo generico, senza una sufficiente considerazione delle aspirazioni professionali di ciascuna ragazza. Alcune di loro, vorrebbero diventare infermiere, ma non è certo se il governo abbia in programma di sponsorizzare la loro iscrizione alla scuola per infermieri, dopo il diploma di laurea.

L’Aun occupa una posizione primaria in qualsiasi classifica delle università più costose del paese. Per questo, attira studenti universitari delle classi privilegiate, molto diversi dalle ragazze che per tutta la vita hanno vissuto nella zona rurale di Chibok e possono frequentare l’Università solo attraverso una borsa di studio.

La discriminazione è tale che quando altri studenti si rendono conto di essere stati assegnati nelle stesse stanze delle ragazze di Chibok, chiedono di essere spostati. E neanche i docenti si sono preoccupati più di tanto di agevolare l’inclusione sociale.

Nell’intervista è emerso che i professori usano termini dispregiativi nel descrivere le ragazze, per rimarcare la loro umile estrazione o addirittura bollarle a priori come meno intelligenti. Per questo motivo, la partecipazione alle lezioni è ostacolata da un’ansia paralizzante, che troppe volte ha fatto sentire le ragazze di Chibok come se fossero ancora nella boscaglia e le ha indotte a considerare la scelta di ritirarsi dall’università.

 

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