Il primo ministro dimissionario Elyes Fakhfakh (a sinistra) e il presidente della repubblica Kaïs Saïed (Credit: middle-east-online.com)

Il primo ministro Elyes Fakhfakh si è dimesso la sera del 15 luglio al termine di una feroce disputa istituzionale che coinvolge il vertice dello Stato a cominciare dal presidente Kaïs Saïed, nel momento di una profonda crisi economica e sociale, provocata dalla pandemia, che si è sovrapposta all’instabilità politica.

Annunciando le sue dimissioni, il primo ministro Fakhfakh, in carica dal 27 febbraio, ha comunicato di aver dimissionato e sostituito i sei ministri del movimento Ennahdha, il partito di maggioranza relativa parte della coalizione governativa. Nella mattinata dello stesso giorno il movimento Ennahdha, di ispirazione islamista, aveva depositato una mozione di sfiducia nei confronti del primo ministro che aveva raggiunto in poco tempo oltre un centinaio di firme.

Apparentemente, all’origine di questo scontro c’è l’accusa di un conflitto di interessi nei confronti di Fakhfakh che avrebbe avuto delle partecipazioni in due società beneficiarie di commesse pubbliche. Il parlamento aveva nominato una commissione di inchiesta e si apprestava a convocare le due società entro la fine di questa settimana.

Nella realtà il conflitto è più profondo e coinvolge direttamente il presidente del parlamento Rachid Gannouchi, leader di Ennahdha, e il presidente della repubblica Kaïs Saïed. Le lezioni legislative dello scorso 6 ottobre avevano visto vincere Ennahdha, ma solo con una maggioranza relativa.

Secondo la Costituzione, il presidente della repubblica è obbligato a dare l’incarico di formare il nuovo governo a un esponente del partito vincitore. Habib Jemli, indicato da Ennahdha, al termine di quasi tre mesi di negoziati non ottiene la fiducia del parlamento.

A questo punto, sempre secondo la Costituzione, la palla è passata nelle mani del presidente, che incarica Elyes Fakhfakh, ex ministro delle Finanze ed esponente del partito di centrosinistra Ettakatol, che non ha avuto eletti alle legislative. Anche per Fakhfakh il compito si rivela difficile e c’è voluta la minaccia del presidente di nuove elezioni per indurre i partiti ad un compromesso e votare la fiducia. I quasi cinque mesi di governo di Fakhfakh si sono caratterizzati per una navigazione difficile non solo per il sopraggiungere della pandemia.

Ennahdha, benché avesse ottenuto la maggioranza dei posti di governo non si è mai rassegnata alla rinuncia di un suo esponente come primo ministro e ad un’egemonia politica. D’altro canto ieri alcune forze politiche hanno depositato la mozione di sfiducia nei confronti del presidente del parlamento Gannouchi.

Il tentativo di sfiduciare Fakhfakh nasce soprattutto dall’opportunità offerta dalla Costituzione, infatti la sfiducia avrebbe rimesso nelle mani di Ennahdha il compito di designare il capo del governo. Con le dimissioni, invece, la palla rimane nelle mani del presidente Kaïs Saïed. Questi aveva decisamente respinto l’intenzione di Gannouchi di negoziare la sostituzione di Fakhfakh, spogliando di fatto delle proprie prerogative il presidente, che ha ora 10 giorni per assegnare l’incarico per il nuovo governo, necessariamente di coalizione.

Il conflitto istituzionale è reso ancora più delicato dal fatto che il paese non ha ancora una Corte costituzionale, a quattro anni dal varo della Costituzione (gennaio 2014). Il 16 luglio la sessione parlamentare per eleggere i quattro membri della Corte costituzionale di sua competenza è stata rinviata. Sette i candidati in lizza, ciascuno sostenuto da una delle forze politiche in campo. Nella precedente legislatura (2014-19) i partiti non erano riusciti a mettersi d’accordo, e un anno fa con la morte prematura del presidente della Repubblica Béji Caïd Essebsi, la transizione era avvenuta senza l’intervento della Corte come prescritto dalla Costituzione.

La crisi politica si innesta ora su quella economica e sociale aggravata dalla pandemia. Il virus ha colpito in maniera relativamente contenuta le persone (50 i decessi e 1.319 i casi accertati ad oggi ), mentre dopo la riapertura delle frontiere il 27 giugno scorso si temono soprattutto i contagi di importazione.

Il virus ha evidenziato mancanze e corruzione (come denunciato da Transparency International già prima del Covid-19) nella distribuzione degli alimenti, degli aiuti, tanto da provocare qua e là delle manifestazioni. In Tunisia, come altrove, il settore informale è quello più colpito. Nuove proteste infiammano in questi giorni la provincia meridionale di Tataouine dove i giovani disoccupati chiedono sviluppo economico.

Ma è il quadro macroeconomico il più preoccupante. Il settore turistico è quello più toccato con una diminuzione delle entrate del 51% nei primi 6 mesi (era già del 21,8% durante i primi 4 mesi), di fronte al notevole incremento registrato lo scorso anno.

Tre settimane fa l’Utica, l’Unione che raggruppa industriali, commercianti e artigiani tunisini, aveva lanciato un appello al governo per l’urgenza di un piano di salvataggio economico. L’instabilità del quadro politico non gioca a favore del superamento della crisi.