Svolta in Libia
Secondo quanto confermato dal governo provvisorio libico, l’uccisione del rais sarebbe avvenuta nella città di Sirte. Versioni discordanti sulle modalità.

Muammar Gheddafi è stato ucciso a Sirte: la notizia è stata confermata ufficialmente, pochi minuti fa, dal Consiglio nazionale di transizione (Cnt), il governo transitorio libico. Il Cnt riferisce della morte di Gheddafi in seguito alle ferite riportate durante la cattura. Al Jazira, citando sue fonti, riporta che il rais è stato ucciso durante una sparatoria. Secondo Libya Tv, Gheddafi sarebbe stato ucciso con un colpo alla testa.

Gheddafi, 69 anni, al potere con un colpo di stato dal 1969, ha capitolato di fronte ad una rivolta iniziata lo scorso febbraio. Rivolta che ha avuto il sostegno militare della coalizione di Francia, Gran Bretagna, Usa, Canada e Italia, legittimata dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 17 marzo.

Di seguito un articolo sul rais, pubblicato su Nigrizia di ottobre.

La metamorfosi di un beduino

di Luciano Ardesi

Nei quasi 42 anni di potere, Gheddafi ha costruito di sé un’immagine dove il deserto gioca un posto privilegiato. Vi ha fatto continuamente riferimento nella sua polemica contro le città, ma soprattutto lo ha simboleggiato attraverso la tenda beduina, scelta come sua dimora.

Nato nel deserto sotto una tenda, Gheddafi vuole testimoniare in questo modo le virtù della sua beduinità. Il simbolo è così forte che, a un certo punto, il Colonnello esige di piantarlo nelle capitali dove è in visita di stato. Ed è sotto la tenda, nella caserma di Bab al-Aziziyah a Tripoli, resa celebre dal bombardamento americano del 1986, che riceve i suoi ospiti.

Quando nell’ottobre 1987 raccolsi, con alcuni giornalisti italiani, l’intervista in cui Gheddafi “rivendicava” le Tremiti in virtù dei numerosi libici ivi sepolti dopo la loro deportazione, quella tenda mi era già apparsa un artificio. Una scenografia sommariamente studiata, ma che degli spazi di libertà attorno alla tenda beduina non conservava più nulla. Il sospetto di allora ha trovato conferma nello stupore dei suoi oppositori, quando hanno messo mano agli annessi della sua celebre dimora: appartamenti lussuosi per sé e la famiglia a Bab al-Aziziyah, nella fattoria modello a 25 km a sud-ovest di Tripoli, e nelle altre residenze sparse nel paese, per non parlare della ricchezza ostentata da tempo dai figli, contraddicono il Gheddafi “beduino”.

Un antico studioso maghrebino ci aiuta a comprendere questa metamorfosi. Ibn Khaldun, storico e, diremmo oggi, sociologo, vissuto nel 14° secolo e autore di una monumentale Storia dei berberi, ha tracciato un quadro della civiltà maghrebina e delle sue dinamiche sociali. Con grande acutezza contrappone i beduini ai sedentari. Il beduino, scrive, vive nel deserto e si accontenta dell’indispensabile. Poi accumula, cerca il superfluo e va a vivere nelle città. Qui le sue qualità morali si corrompono e le antiche solidarietà vengono meno. I beduini assicurano la propria difesa e mantengono intatti coraggio e spirito di corpo in virtù dei legami di sangue (tribali), mentre i cittadini sono sottomessi a un’autorità e sono meno coraggiosi e valenti.

L’abbandono del deserto, l’accumulo del potere (con l’emarginazione dei compagni della prima ora) e dei beni grazie all’immenso giro di denaro dei contratti petroliferi, hanno trasformato il beduino. Il richiamo alla tribù nel Libro Verde (1975), a soli sei anni dalla “rivoluzione”, nasconde già la sua fragilità e l’intento di dividere una nazione che sente minacciosa. Corruzione e pugno di ferro sono gli strumenti del suo potere, mentre la tentazione dinastica si fa sempre più forte.
Quando ha promesso di cacciare i “topi” (i ribelli) «dar-dar, zenga-zenga» (casa per casa, strada per strada), l’appello è di un uomo radicato nelle città, come tradisce il suo linguaggio. Le tribù fedeli sono il frutto di solidarietà acquisita con i petrodollari.

La fuga nel deserto è un ultimo disperato tentativo di ritrovare la forza perduta. Il pericolo per la rivolta viene proprio da lì. La figura di Gheddafi, vivo o morto, potrebbe federare tutte le forze contrarie ai “crociati”, Al-Qaeda compresa, e ripartire per dare l’assalto alle “città corrotte”. La storia si ripete.