Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Credit: foutni.com)

Alla fine del suo mandato, il presidente americano Donald Trump accelera i colpi di coda, anche laddove è sembrato, nel corso della sua presidenza, aver scarso interesse, come nel caso del Maghreb. Ieri, l’annuncio via twitter dell’avvenuto riconoscimento Usa della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e delle future relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele è stato subito rilanciato dall’agenzia ufficiale marocchina Map in termini esaltanti per ciò che riguarda il Sahara Occidentale.

Trump ha infatti anche l’intenzione di aprire un consolato a Dakhla, dando seguito all’offensiva “consolare” della diplomazia di Rabat nei territori occupati. I media marocchini parlano senza esitazione di una vittoria “storica”.

La mossa di Trump non è proprio una sorpresa, già da quest’estate, in vista delle elezioni presidenziali americane, si era parlato di quello che appare uno scambio politico sulla pelle di due popoli. Trump ha accelerato in vista delle elezioni la pressione sui paesi arabi per il riconoscimento di Israele. Per gli Emirati la contropartita è stata la vendita di caccia F-35, per il Sudan la cancellazione dalla lista Usa dei paesi che sponsorizzano il terrorismo.

Nel caso del Marocco, per vincere le resistenze di Rabat anche dopo il tempo massimo delle elezioni americane, il prezzo è stato il riconoscimento della sovranità sul Sahara Occidentale. Che tutto ciò sia avvenuto nella giornata internazionale che celebra la Dichiarazione universale dei diritti umani non sembra dovuto ad una casualità.

La decisione di Trump sul Sahara Occidentale interviene a un mese dalla rottura, da parte del Marocco, della tregua col Fronte Polisario in vigore dal 6 settembre 1991 e sorvegliata da una missione dell’Onu (Minurso). Rabat ha invaso e preso sotto controllo, il 13 novembre scorso, la zona tampone al confine con la Mauritania, nei pressi di Guerguerat, senza che i caschi blu impedissero la violazione dell’accordo militare che il Marocco aveva firmato proprio con la Minurso.

Se la reazione di Rabat è stata oltremodo positiva, durissima è la presa di posizione del Polisario e del governo della Rasd (Repubblica araba sahrawi democratica) per il riconoscimento di qualcosa che non appartiene al Marocco, in aperta violazione della legalità internazionale, delle risoluzioni dell’Onu e dell’Unione africana di cui la Rasd è membro fondatore. In ogni caso – ha sottolineato il rappresentante del Polisario a Washington, Mulud Said – la decisione di Trump “non cambia né la natura né lo status del territorio che le Nazioni Unite considerano da decolonizzare”.

Trump ha sovvertito la tradizionale posizione americana riguardo all’ex colonia spagnola. Washington era stato tra gli sponsor di un accordo tra Madrid, Rabat e Nouakchott nel novembre 1975 per la spartizione del Sahara Occidentale, ma la resistenza armata del Polisario, che aveva obbligato alla difensiva il Marocco, aveva trovato poi la diplomazia Usa schierata in una posizione di neutralità per favorire un accordo.

Diplomatici americani sono stati ad esempio per lunghi anni gli inviati personali del Segretario generale dell’Onu con il compito di condurre i negoziati tra Marocco e Polisario per il referendum di autodeterminazione, previsto dal piano approvato dal Consiglio di sicurezza.

Questa neutralità non ha impedito agli Usa di mantenere stretti legami economici col Marocco – è del giugno 2004 la firma di un accordo di libero scambio entrato in vigore due anni più tardi -, e militari, tanto da essere il principale fornitore di armi della monarchia che importa dagli Usa il 91% del valore del proprio armamento, secondo l’annuario 2020 del Sipri.  In ottobre Washington e Rabat hanno firmato un accordo di cooperazione militare per il decennio 2020-30.

Necessariamente più prudente e moderato il tono della monarchia marocchina circa l’annuncio delle prossime relazioni diplomatiche con Israele, perché accompagnato dalla riaffermazione della necessità dei “due stati”. Mohammed VI è infatti il presidente del Comitato Al-Qods, all’interno dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oci), impegnato nella preservazione dei luoghi sacri di Gerusalemme.

In tale veste, il Marocco si è garantito in passato la simpatia dei palestinesi e, sul fronte diplomatico, il rifiuto dell’autorità palestinese ad appoggiare l’autodeterminazione dei sahrawi, benché singoli dirigenti palestinesi si siamo recati nei campi profughi sahrawi nei pressi di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria.

La mancanza di relazioni diplomatiche con Israele non aveva impedito ai due paesi di mantenere intensi contatti. A parte la presenza storica di un’importante comunità ebraica in Marocco, assottigliatasi dopo la nascita dello stato di Israele e oggi ridotta a poche migliaia di persone proprio in seguito all’esodo verso il nuovo stato, Rabat non ha mai fatto mistero di intrattiene rapporti con Israele.

Nel 1986 c’era stata la storica visita del primo ministro israeliano Shimon Peres a Rabat per incontrare il re Hassan II. Negli anni ’90 i due paesi avevano aperto uffici di collegamento, poi chiusi nel 2002 dopo la seconda intifada palestinese. Mohammed VI si è servito del suo consigliere André Azoulay, appartenente alla comunità ebraica, per mantenere stretti contatti con Tel Aviv.

La comune ostilità nei confronti dell’Iran, condivisa con Trump, aveva ancor più ravvicinato le due parti, tanto da suscitare un movimento di protesta nel paese, contrario alle crescenti relazioni con Israele. Nell’ottobre dello scorso anno era stato arrestato Ahmed Wehman, presidente dell’Osservatorio marocchino contro la normalizzazione.

Non meno intensa è la cooperazione sul piano militare e dei servizi segreti. Va ricordato che esperti israeliani hanno partecipato alla realizzazione del muro costruito dai marocchini negli anni ’80 per difendersi dal Polisario e che divide il Sahara Occidentale in due da nord a sud, il “muro della vergogna” per i sahrawi.

A gennaio di quest’anno Israele ha consegnato tre droni di ricognizione all’esercito marocchino, all’interno di un accordo per la fornitura di 48 milioni di dollari, i cui termini non sono stati resi noti. I droni servono per la sorveglianza delle “attività terroristiche”, concetto dietro cui si cela nel discorso ufficiale di Rabat, la presenza del Polisario e degli attivisti per i diritti umani sahrawi.

Nei territori occupati, dopo l’annuncio di Trump, si fa più forte il timore di un ulteriore giro di vite contro gli attivisti, soggetti, dalla ripresa della guerra, il 13 novembre, a una sorveglianza e a una repressione ancora più implacabili.

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