In qualità di mediatore nelle trattative tra governo sudanese e gruppi armati, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mostra la copia degli accordi di pace siglati, durante la cerimonia a Juba, il 31 agosto (Credit: 247newsupdate.com)

Il 31 agosto 2020 potrebbe diventare una data storica per il Sudan. Dopo un anno di estenuanti negoziati è stato finalmente firmato a Juba, capitale del Sud Sudan, l’accordo di pace globale tra il governo di Khartoum e la maggioranza dei movimenti di opposizione armata operanti in diverse regioni del paese. Il documento sottoscritto costituisce un quadro di riferimento politico. Modalità e tempi di attuazione saranno compresi in un allegato tecnico che le parti firmatarie si sono impegnate a concordare nell’arco di due settimane.

Il comitato incaricato, il Matrix development committee, ha dunque il delicatissimo compito di rendere concreta la svolta cui le parti si sono impegnate con la firma dell’accordo politico, ufficializzata dalla cerimonia svoltasi lunedì scorso a Juba, alla presenza dei massimi esponenti del governo (il presidente del consiglio sovrano, generale Abdel Fattah al-Burhan, e il primo ministro Abdallah Hamdok) e dei movimenti di opposizione armata interessati (il Sudan revolutionary front che comprende l’Splm-N, fazione di Malik Aggar e diversi movimenti darfuriani, tra cui il Jem; firmatario anche il Slm fazione di Minni Minawi che si era distanziato dal Srf durante l’ultima fase delle trattative).

A dimostrazione della grande importanza dell’avvenimento, hanno partecipato alla cerimonia anche il presidente sud sudanese Salva Kiir, che ha ospitato il negoziato, e i rappresentanti dei paesi aderenti all’organizzazione regionale dell’Igad, oltre a quelli di Ciad, Egitto, Arabia Saudita e molti altri ancora.

Alla fine della cerimonia, i rappresentanti dei movimenti firmatari sono stati invitati dal presidente del consiglio sovrano a rientrare a Khartoum al più presto (parecchi di loro erano gravati da condanne a morte, comminate dal regime del presidente Omar El-Bashir, rovesciato nell’aprile del 2019) per contribuire all’attuale delicato momento attraversato dal paese. L’invito può essere certamente interpretato come il segno di un impegno effettivo nel processo di transizione.

L’accordo sottoscritto riguarda settori cruciali per la pacificazione del paese. E’ infatti composto da sette protocolli, firmati in tempi diversi durante il lungo e complesso negoziato, che definiscono tra l’altro:  la divisione delle ricchezze delle regioni interessate (40% per il governo locale e 60% per quello federale); la divisione del potere (ai movimenti firmatari va il 25% dei posti nel governo e nell’assemblea legislativa, oltre al 3% di quelli nel consiglio sovrano); la compensazione per le vittime del conflitto, stimata in centinaia di milioni di dollari che dovrebbe gravare sul già esausto bilancio statale; l’inclusione delle truppe dei movimenti di opposizione nell’esercito nazionale.

Secondo alcune fonti sarebbero compresi anche il prolungamento del periodo transitorio – 39 mesi a partire dal 31 agosto e non dal giorno dell’insediamento del consiglio sovrano, ormai un anno fa – e l’autonomia per le regioni del Sud Kordofan e del Nilo Blu, per cui già negli accordi globali di pace del 2005, che avevano messo fine alla guerra civile tra il nord e il sud del paese, erano previste consultazioni popolari sulla particolare posizione all’interno dell’ordinamento federale del paese.

Si tratta dunque di un accordo che, almeno sulla carta, dovrebbe davvero imprimere una svolta alla storia contemporanea del Sudan, se non fosse che non è globale. Ne rimangono fuori infatti due tra i più importanti movimenti di opposizione armata, e i più forti dal punto di vista militare: il Slm, fazione di Abdel Waid al Noor (che ha la sua roccaforte nella regione darfuriana del Jebel Marra) e il Splm-N, fazione di Abdel Aziz al Hilu (che ha la sua roccaforte a Kauda, nei Monti Nuba, in Sud Kordofan).

La non globalità dell’accordo è considerato un grave problema da Jonas Horner, analista dell’International Crisis Group, che sottolinea anche il ruolo predominante dei movimenti armati nelle trattative, altra circostanza che lo rende ben lontano dall’essere inclusivo.

Il loro peso preponderante nelle trattative, e poi la loro posizione sovrastimata nelle istituzioni del paese, è sottolineato anche da Suliman Baldo, analista politico sudanese – ora consulente per l’organizzazione americana The Sentry, specializzata nell’indagare i risvolti economici e finanziari dei conflitti – che scrive: “Molti in Sudan sono in ansia per l’insistenza dei movimenti armati ad essere sovra-rappresentati nelle posizioni governative, cosa che sta ritardando la transizione alla democrazia”.

Nella sua analisi, Baldo riprende anche alcune delle ragioni per cui i due movimenti non hanno siglato l’accordo. Il primo è la mancata separazione tra la religione e lo stato, come chiesto da Abdel Aziz al Hilu che pretende la garanzia di uno stato secolare, in cui i diritti sono basati esclusivamente sulla cittadinanza.

Anche Abdel Waid al Noor, nelle sue dichiarazioni di questi giorni, nota che l’accordo non cerca di risolvere le cause del conflitto tra il governo centrale e le regioni periferiche. Lo definisce piuttosto come “un patto per la divisione di posti e ricchezze”, impostazione che ha fatto naufragare tutti gli accordi di pace precedenti.
Baldo conclude la sua analisi dicendo che non si potrà parlare di pace globale in Sudan fino a quando anche le istanze di questi due movimenti non saranno prese in considerazione e affrontate positivamente.

Va comunque rilevato che le posizioni di Abdel Waid al Noor e di Abdel Aziz al Hilu sono molto diverse. Il primo continua ad affermare che si unirà al processo di pace solo quando il Darfur sarà stabilizzato. Affermazioni che ricordano molto da vicino quelle di certi populisti nostrani che fanno politica attraverso proclam,i piuttosto che indicando soluzioni percorribili ai problemi sul tappeto.

Abdel Aziz, invece, lascia comunque aperto uno spiraglio alla trattativa dichiarando intanto il cessate il fuoco e chiedendo incontri a latere del tavolo negoziale, in cui approfondire i punti controversi. Proprio il giorno dopo la firma dell’accordo ha incontrato ad Addis Abeba il primo ministro sudanese, e questo è sicuramente un segnale importante.

La firma dell’accordo di pace è considerato da tutto il mondo della diplomazia un fondamentale passo nel percorso di transizione del paese verso un ordinamento democratico. Il segretario generale dell’Onu assicura che non mancheranno anche le risorse necessarie per la realizzazione di quanto l’accordo prevede.

Ma nessuno si nasconde che è appunto un primo passo che avviene in un momento di gravi difficoltà economiche, aggravate dalla crisi dovuta alla pandemia di Covid-19, e che deve perciò essere sostenuto in modo deciso dalla volontà interna e dall’interesse e dalla solidarietà internazionale.

Le difficoltà sono ben presenti anche al primo ministro sudanese, che, nel suo discorso durante la cerimonia della firma degli accordi, da lui dedicati “ai bambini che sono nati nei campi profughi e alle madri e ai padri che hanno perso i loro villaggi e le loro città”, ha osservato: “Oggi è l’inizio della strada della pace, una pace a cui serve una forte e solida volontà”.